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La bottega di filosofia: La giustizia nel pensiero di Platone e Aristotele

video 1: Franco Trabattoni, ordinario di storia della filosofia antica all’Università statale di Milano, si occuperà del tema della giustizia in Platone e Aristotele, tenendo sempre presente la finalità più importante di questi incontri: occuparsi dei contenuti e del modo migliore di trasmetterli ai ragazzi, oramai sempre più sprovvisti delle nozioni culturali più basilari.

video 2: In questa ora di lezione, Trabattoni privilegia i temi della giustizia affrontando direttamente la lettura dei testi platonici e aristotelici. Aspetto comune ai due filosofi è che la giustizia si possa ritenere una super-virtù, una sorta di somma delle virtù. Lo studioso prende le mosse dal I libro della Repubblica di Platone, lì dove Socrate e Cefalo cominciano a dialogare chiedendosi perché, a titolo di esempio, possa ritenersi ingiusto restituire le armi che un amico, nel frattempo impazzito, ci aveva prestato.

video 3: La lettura prosegue attraverso l’intuizione sottotraccia che esista un nesso tra giustizia e bene. L’idea che muove la riflessione di Socrate è che un atto dannoso non possa essere giusto, e quindi la giustizia non può ridursi a dire la verità e restituire i debiti. Interviene allora Polemarco, che, forte dell’auctoritas del poeta gnomico Simonide, dice che invece si, la giustizia è ridare a ognuno il dovuto.

video 4: Forse la formulazione di Simonide su cosa sia la giustizia non è però del tutto sbagliata, ma va solo riformulata. Infatti, possiamo chiederci: cos’è che un uomo, per essere giusto, deve a un altro uomo? Ossia: non possiamo definire il giusto se non facciamo riferimento al bene, questa è l’idea di fondo di Platone. Come possiamo essere pro o contro qualcosa se non specifichiamo cosa per noi è il bene? Ecco che restituire un debito è giusto se comporta del bene, ingiusto se non comporta del bene per il creditore.

video 5: Allora, Simonide intendeva dire che è giusto non ciò che è dovuto, ma ciò che è utile all’altro. Il bene allora si definisce attraverso l’utile, e si arriva alla paradossale conclusione, che è la stessa di Trasimaco del primo libro della Repubblica, che il bene è l’utile degli altri. Certo, occorre saper capire cosa sia realmente utile all’altro.

video 6: Aristotele propone due concetti di virtù, una ristretta e una larga. La prima è quella legata alla legge. Nell’Etica Nicomachea però egli sottolinea come la giustizia comandi anche virtù come coraggio, temperanza, bonarietà ecc. La giustizia è quindi una sorta di super-virtù in cui è compresa ogni altra virtù, una sorta di metavirtù che sta al di sopra di tutte le altre. È esercizio della virtù nella sua completezza, perché chi la possiede la esercita anche verso gli altri e non solo verso se stessi. Il comportamento “giusto” quindi deve essere altruistico.

video 7: Come si fa a capire se il comportamento è giusto? Se realizza due felicità: la mia e quella degli altri. La giustizia è ciò che apre le virtù proprie agli altri. Se sei temperante lo sei da solo, ma se sei giusto lo sei anche con gli altri. Quindi la giustizia è la virtù politica per eccellenza. Inoltre in Aristotele, come in Platone, la giustizia è l’utile degli altri, come per i sofisti, ma a differenza di questi è anche l’utile per sé: è infatti sanabile il conflitto tra utile personale e utile “pubblico”. Pur caduta in disgrazia dal Settecento in poi, con la proposta kantiana di un’etica formale in cui la felicità non può essere al contempo soggettiva e universale, nel secondo dopoguerra l’etica antica e aristotelica in particolare ha trovato nuova linfa vitale, proprio per la tensione costante che l’ha sempre contraddistinta, ossia tener conto delle legittime aspirazioni di felicità dei singoli senza rinunciare a un discorso filosofico di carattere universale.



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