
| Il confronto con chi ci sta dinanzi e, spesso, rappresenta un
altro rispetto a noi, è sempre stato oggetto di
interesse o curiosità, a volte di paura o rifiuto. La
letteratura greca e la latina presentano molti spunti in tal
senso, con prospettive che oscillano tra i poli di un embrionale
atteggiamento scientifico-etnografico: senza soffermarci
su quegli autori, come Posidonio e altri, la cui opera è
andata purtroppo perduta, si può pensare a Erodoto, in
diversi logoi dei primi libri; a Cesare nel Bellum
Gallicum sui Britanni in V 12 segg., nonché su Galli e
Germani in VI 11 segg.; a Sallustio nel Bellum Iugurthinum
sull'Africa in 17 segg.; a Tacito nell'Agricola e nella
Germania (con tutte le cautele legate all'aspetto
ideologico della sua opera e alla ripresa altrettanto ideologica
di questi testi nel Novecento), ma anche alle pagine sugli ebrei
nelle Historiae V 2 segg. Interessante, seppur marginale, può essere anche l'analisi di un passo di Senofonte dell'Anabasi (V 4,30 segg.), in cui i mercenari greci, guardando con sorpresa al limite dell'incredulità i comportamenti del popolo dei Mossineci, concludono che si tratta del popolo più barbaro incontrato, di quello più lontano dai costumi dei Greci. E' raro comunque trovare, nel mondo antico, atteggiamenti di aperta intolleranza o, come diremmo oggi noi, di razzismo. Forse il caso più eclatante è quello di Catone, ossessionato dal rifiuto dei Greci, salvo poi essersi dedicato allo studio delle lettere greche nella vecchiaia: una tardiva conversione o forse anche un'invenzione biografica di età successiva, quando ormai la cultura greca era stata assimilata e metabolizzata dalla società romana, per stemperare la figura ormai stereotipata del vecchio censore. Per comprendere l'atteggiamento mentale dei Greci è già significativo sottolineare innanzitutto come il termine barbaroi indichi coloro che - e specialmente i Persiani - non utilizzando la lingua greca, sembrano balbettare (bar-bar): un chiaro segno di una diversità individuata non sulla base del colore della pelle, ma di una differenza culturale se non addirittura strettamente linguistica. Al di là di ciò, l'atteggiamento verso i barbari raramente è connotato da un senso di superiorità: anche quando alcuni autori, come Eschilo nei Persiani, esaltano il senso di libertà dell'uomo greco contrapposto allo spirito servile dei barbari, pronti a effettuare la proskynesis dinanzi al Gran Re, danno l'impressione di cercare motivi di orgoglio patriottico e di ricorrere a una retorica dell'identità in chiave difensiva, più che esprimere uno spirito aggressivo e un malcelato senso di superiorità. Proprio Eschilo è un autore che in varie tragedie propone il tema del confronto tra diversi: non tanto i già citati Persiani possono rappresentare un punto di partenza, quanto proprio le Supplici, in cui si insiste ripetutamente sul carattere esotico di queste cinquanta donne diverse, strane, dalle pelle scura che si presentano da Pelasgo ad Argo per chiedere asilo. Diversa è, invece, la situazione che si propone in alcune opere di Euripide, come la Medea o le Baccanti, in cui l'integrazione del diverso è decisamente più complessa. Occorre, però, analizzare queste due tragedie attentamente. Medea non si integra anche perché viene rifiutata dallo sposo, e solo allora, quasi come pretesto, vengono sottolineati i suoi difetti: barbara, maga, donna, quindi inferiore e reietta. Le baccanti, invece, si auto-emarginano, in riti segreti e ristretti alla sola cerchia femminile, suscitando così il timore e il conseguente rifiuto degli uomini che hanno in mano il potere e rappresentano l'establishment. Nella letteratura greca ci sono, poi, anche interessanti casi in cui l'integrazione e la comprensione nasce dal confronto, diretto ed esplicito, di chi vede un altro dinanzi a sé e cerca di conoscerlo meglio, di capirlo: è il primo passo verso l'accettazione e la reciproca integrazione. Utile è la lettura, in questa prospettiva, dei dialoghi di Luciano Tossari sull'amicizia e Anacarsi sull'attività sportiva, da cui emerge un confronto tra le istituzioni e la cultura del mondo greco - e ateniese in particolare - con quello scitico. Un discorso a parte, poi, meriterebbero quelle opere in cui gli altri sono i Greci stessi o i Romani. Talvolta sono proprio i Greci a guardare i Romani: con ammirazione, come accade in Polibio, oppure con una netta e inappellabile condanna, come emerge dal Nigrino di Luciano. In altri casi, invece, sono popoli barbari a osservare e giudicare i Romani, demistificandone e condannandone il comportamento politico con la connessa volontà espansionistica e imperialistica. Le pagine migliori in tal senso si trovano in Cesare (discorso di Critognato alla vigilia della battaglia di Alesia, VII 77 segg.); nel frammento delle Historiae di Sallustio in cui ci è conservata la Lettera di Mitridate, re del Ponto (IV fr. 69 M.); nel discorso di Calgaco riportato da Tacito nell'Agricola (capp. 30-32). Per tutti questi passi sarà opportuno sottolineare agli allievi che siamo di fronte a un gioco di specchi, nel senso che non si tratta davvero direttamente del punto di vista di un antiromano, ma di una deliberata mimesis del pensiero altrui, riprodotta comunque da un romano. Per quanto possa esistere uno sforzo di oggettività, che comunemente è riconosciuto a Cesare, la considerazione non va in linea generale sottovalutata: a maggior ragione per Sallustio, perché la componente ideologica della sua opera può in qualche misura provocare effetti di distorsione che vanno tenuti ben presenti. |
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