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pixel_bianco >> Nostos e peripezia nella letteratura greca  

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Fausto Montana
5. Peripezia e romanzo greco

Le trame menandree, con il loro repertorio di neonati abbandonati, progetti d’amore e di nozze osteggiati, conversioni d’animo, scomparse e rinvenimenti, riconoscimenti improvvisi, rovesci del destino, ribaltamenti di stato e di condizione dei personaggi, preludono ai complicati e fantasiosi intrecci del romanzo greco, un genere d’intrattenimento destinato alla lettura privata, le cui più antiche attestazioni sembrano rimontare al II secolo a.C. e che può essere ritenuto, almeno per certi versi, l’erede del poema epico e l’antenato del romanzo moderno. Più di qualsiasi descrizione o definizione delle caratteristiche del genere, può valere riassumere il contenuto di uno dei romanzi conservati, Cherea e Calliroe di Caritone di Afrodisia.

Cherea e Calliroe, i due giovani più belli di Siracusa, mentre si dirigono al tempio di Afrodite per partecipare alla festa cittadina della dea, s’incontrano per strada e s’innamorano. Il padre della fanciulla è contrario alle nozze, ma deve cedere all’insistenza della popolazione, commossa e partecipe della bella storia d’amore. La felicità coniugale della coppia è però ostacolata da vecchi pretendenti di Calliroe, i quali, facendo leva sul carattere ingenuo e impulsivo di Cherea, lo convincono dell’infedeltà della sposa: in un accesso d’ira, Cherea le sferra un calcio, lasciandola priva di sensi. Calliroe viene creduta morta. Con una solenne cerimonia funebre la giovane viene chiusa in un sepolcro pieno di inestimabili ricchezze. Il ladro Terone penetra con la sua banda nella tomba e vi trova viva Calliroe: la rapisce e salpa per Mileto, dove la vende a un notabile della città di nome Dionisio. Quando questi incontra la ragazza, se ne innamora. Soltanto adesso Calliroe si rende conto di aspettare un figlio da Cherea: per evitare al bambino un destino da schiavo, acconsente a sposare Dionisio. Intanto a Siracusa Cherea scopre la verità e, messosi sulle traccia di Calliroe, giunge anch’egli a Mileto, dove viene fatto prigioniero da Mitridate, satrapo della Caria. Anche Mitridate si è innamorato di Calliroe e pensa di servirsi di Cherea per cercare di sottrarre la ragazza a Dionisio. Questi intercetta una lettera inviata da Cherea a Calliroe e, interpretandola come un tranello di Mitridate, chiede aiuto a Farnace, satrapo della Lidia e della Ionia e nemico di Mitridate. Farnace a sua volta si rivolge al re dei Persiani Artaserse, il quale convoca tutti a Babilonia per un processo. A complicare il dibattimento, interviene a sorpresa Cherea, che reclama per sé Calliroe. Durante il processo, Artaserse, colpito dalla bellezza della ragazza contesa, tenta invano di sedurla. L’improvvisa ribellione degli Egizi e l’invasione della Siria costringono però il re alla partenza insieme all’esercito e a un imponente seguito, di cui fanno parte anche la bella Calliroe e Statira, regina dei Persiani. Dionisio si schiera al fianco del sovrano, mentre Cherea raggiunge l’esercito egizio, grazie al suo eroismo viene nominato ammiraglio e in occasione di una vittoria navale ritrova Calliroe. La vittoria finale, tuttavia, arride ai Persiani, che reprimono la rivolta degli Egizi. Allora con l’astuzia Cherea e Calliroe riescono a fuggire alla volta di Siracusa. Prima di partire, Calliroe lascia un messaggio a Dionisio, per affidargli l’educazione del proprio figlio sino al compimento della maggiore età. Al loro ritorno a Siracusa Cherea e Calliroe, da tutti ritenuti ormai morti, sono accolti con felice sorpresa e portati in trionfo.

È di per sé evidente come, in intrecci talmente labirintici, la peripezia metta a frutto tutte le sue potenzialità di motore dell’azione e moltiplicatore di avventura. Rispetto alla commedia menandrea, vincolata di fatto all’unità di luogo e di tempo, la narrazione romanzesca si avvale per giunta di una totale libertà spazio-temporale e, teoricamente, sull’onda della fantasia letteraria la catena spiraliforme di eventi e colpi di scena potrebbe non avere mai fine. E infatti lo spirito acutamente sarcastico e dissacrante di Luciano di Samosata, nel II secolo d.C., colse questo aspetto d’inesauribilità per così dire intrinseca e offrì una gustosa parodia delle convenzioni dei racconti d’avventura componendo un divertissement letterario la cui prima provocazione sta nel titolo: la Storia vera, una manieristica carrellata di peripezie rocambolesche e fantastiche, che una spassosa prefazione (§ 4) non esita a definire bugie:

 

Anch’io m’impegnai, per civetteria, a lasciare qualcosa di mio ai posteri, affinché non rimanessi l’unico non partecipe di tale licenza favolistica; e visto che non avevo a disposizione fatti veri da raccontare – perché purtroppo non m’era mai successo niente d’interessante –, mi decisi a dire le bugie, ma bugie che si potessero riconoscere molto meglio di quelle che dicono gli altri; perché, infatti, almeno su un punto dirò la verità, se dichiaro che sto mentendo! Credo di poter evitare così le accuse che alcuni mi potranno fare, se di mia iniziativa ammetto che non sto dicendo un’acca di verità. Scrivo, dunque, di cose che non vidi, non mi capitarono, non seppi da nessuno, e che per di più non esistono affatto, né a priori possono accadere. Chi si trovi a leggerle, non ci deve assolutamente credere! (trad. di Massimo Vilardo).

 

Anche per questa via paradossale, riconosciamo da un lato le enormi risorse del genere romanzesco e, dall’altro, intuiamo la fertilità del suo incontro con il preesistente filone letterario d’avventura. Alla libertà degli eventi narrabili, già simbolicamente guadagnata alle opere d’avventura dal mare infinito che fa da sfondo alla navigazione di Odisseo, si assomma ora la libertà della forma narrativa, il racconto perpetuo in prosa di peripezie fantasiosamente concepite e concatenate. Temi avventurosi e forma romanzesca: un connubio che non si può certo dire sia rimasto infecondo nei suoi due millenni di vita.


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pixel_biancopath Commenti inseriti
commenti vladimir maurizi  ( vladimirmaurizi@.libero)
interessante, ma punti tradotti secondo me andavano meglio evidenziati come carattere
Commento inserito il: 17/11/2006 21.48.38


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