
| 2. L’avventura come
nostos
Il profilo appena tracciato, qualcuno se ne sarà avveduto, è quello dell’omerico Odisseo, il protagonista del più antico racconto letterario d’avventura conservato per intero della civiltà occidentale. È il caso di ricordare che l’Odissea è l’unico conservato dei nostoi, i poemi epici arcaici che narravano il ritorno in patria degli eroi achei dopo la conclusione della guerra di Troia. Del resto, la stessa spedizione a Troia, di cui l’Iliade offre un breve spaccato temporale, è un impressionante viaggio di massa degli eroi micenei, un’avventura collettiva durante la quale si consumano emozionanti prodezze e tragedie irreversibili. Bastano questi pochi cenni per riconoscere che il motivo del viaggio si presta immediatamente, agli albori della cultura letteraria greca, come veicolo ideale, impalcatura connaturata del racconto d’avventura. Ma torniamo al nostro esempio, al nostos di Odisseo. La disponibilità dell’eroe verso le esperienze estreme della vita è resa integralmente, nell’Odissea, non tanto o non solo come audace e aggressiva spericolatezza, quanto piuttosto come tenace resistenza, capacità di “incassare” i colpi che la sorte e gli dèi gli infliggono nel suo paradigmatico viaggio avventuroso. Non è un caso che uno degli epiteti fissi dell’eroe sia polu/tlaj, “che molto sopporta”. Il suo viaggio, significativamente, è un ritorno: cioè serve non a portare l’eroe a una mèta, ma a ricondurlo circolarmente, sano e salvo e fatto più esperto, al suo originario punto di partenza, a casa. Il movimento avviene all’interno di uno schema polare: il ritorno a casa si realizza grazie a un viaggio eccentrico e avventuroso dentro l’ignoto. Questo aspetto non è trascurabile. La circolarità connota il percorso come non fine a se stesso, ma funzionale a un’acquisizione di esperienza e di conoscenza: un progresso rilevabile e misurabile soltanto dal confronto con il punto di partenza, cioè facendo ritorno al luogo nel quale l’individuo possa rispecchiare e conoscere la propria mutata identità, nuova e più saggia di prima (il che non significa più felice). Il nostos, in quest’ottica, implica dunque anche la nostalgeia, il “desiderio sofferto di tornare”, la “voglia di casa”, per ritrovare finalmente le proprie cose ma soprattutto se stesso. Questi connotati del personaggio sono presenti fin dal proemio dell’Odissea (vv. 1-5):
Narrami, o Musa, dell’eroe versatile, che così tanto vagò, dopo che ebbe distrutto la sacra rocca di Troia: di molti popoli vide le città e conobbe le menti, molte angustie soffrì nel suo cuore sul mare, per guadagnare la vita a se stesso e il ritorno ai compagni.
Vorrei far notare, in questi pochi versi incipitari del poema, la frequenza dell’idea di pluralità, espressa in greco da polu/j: Odisseo è polu/tropoj, “dalle molte risorse”, ha vagato polla/, “in molti luoghi”, ha visitato città e culture “di molti uomini” (pollw=n a0nqrw/pwn) e nelle sue peregrinazioni sul mare ha molto sofferto (polla\ a!lgea). La varietà multiforme delle esperienze, che perciò sono imprevedibili e più istruttive e mettono a più dura prova il soggetto, è uno degli elementi costitutivi del racconto d’avventura. Così come possiamo considerare ingredienti della situazione avventurosa il “vagare sbattuto” (pla/gxqh) e lo scenario marino (e0n po/ntw|): gli orizzonti dell’azione e delle traversie del protagonista sono dilatati all’estremo, in un quadro potenzialmente illimitato e onnidirezionale. Una splendida risorsa, si capisce, nelle mani creatrici dell’autore letterario. Il quale, nell’Odissea, con perizia compositiva ripartisce nelle due metà del poema le mirabili avventure del protagonista: nella prima parte quelle di viaggio, magistralmente condensate nei racconti in prima persona di Odisseo stesso ai Feaci, nei canti dal IX al XII: il Ciclope Polifemo, il re Eolo, i Lestrigoni, Circe, la discesa nell’Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, e l’empia cattura delle vacche del Sole, che costerà la vita ai compagni superstiti dell’eroe; e nella seconda parte il piano di vendetta, ricco di suspense, contro gli impostori, la cui riuscita è epicamente garantita dalla destrezza tattica e dalle virtù guerriere di Odisseo. Se ci lasciamo trasportare da una libera associazione d’idee, ci viene alla mente un altro famoso nostos, non marittimo, ma per via di terra, non redatto in solenni versi epici, ma riferito nell’asciutta narrazione del resoconto diaristico e autobiografico in terza persona. Mi riferisco all’Anabasi, cioè Il viaggio verso l’entroterra, composta dallo storico ateniese Senofonte per fissare nel tempo la terribile esperienza di un contingente di mercenari greci, partiti nel 403/2 a.C. alla volta dell’Asia e usciti male da una guerra fra Persiani. Senofonte, che di quegli eventi fu protagonista e testimone, ricostruisce la penosa ed estenuante ritirata a piedi delle truppe sconfitte, soffermandosi su insidie, pericoli, stenti e privazioni che implacabilmente si abbattono sui soldati mentre si affrettano a guadagnare il confine dell’impero persiano e la propria salvezza. Ecco alcune istantanee, capaci di evocare al lettore moderno scenari da campagna di Russia (Anabasi IV 5, 1ss):
Il giorno successivo si decise di scegliere la via che consentiva la marcia più rapida, prima che l’esercito nemico si raccogliesse di nuovo e prendesse il controllo dei passi montani. Prepararono i bagagli e si inoltrarono immediatamente nel fitto manto di neve, con molte guide. Quel giorno stesso valicarono la cima... Da qui, in tre tappe, avanzarono di quindici parasanghe [80 km] in una zona disabitata fino all’Eufrate. Oltrepassarono il fiume bagnandosi all’altezza dell’ombelico. Si diceva che le sorgenti non fossero lontane. Quindi procedettero nella neve alta, in pianura, per cinque parasanghe in tre tappe. L’ultima fu dura: un vento di tramontana soffiava contrario, bruciando completamente la vegetazione e intirizzendo gli uomini. Un indovino allora suggerì di immolare vittime in onore del vento, e così fecero: tutti ebbero modo di constatare che l’intensità delle raffiche scemò. La neve era alta un’orgia [quasi 2 m]: molti animali e schiavi persero la vita e anche una trentina di soldati. Passarono la notte a bruciar legna: nella zona in cui avevano fatto tappa ce n’era molta, ma chi giungeva per ultimo non ne aveva più a disposizione. I primi arrivati, attorno ai falò, impedivano ai ritardatari di accostarsi al fuoco, se non in cambio di grano o di qualsiasi altro genere commestibile. Allora barattarono quel poco che ciascuno aveva... L’indomani, per l’intera giornata, marciarono nella neve e molti caddero in preda alla bulimia... Alcuni gruppi di nemici, radunatisi, seguivano i Greci, depredavano il bestiame che non ce la faceva più, per il cui possesso si azzuffavano tra di loro. Furono abbandonati al loro destino i soldati rimasti abbacinati dal riverbero della neve e chi aveva le dita dei piedi incancrenite dal gelo. Per gli occhi c’era un rimedio contro il bagliore della neve, se si proseguiva la marcia bendandoli con stoffa nera. Per i piedi invece bisognava muoversi, non stare mai fermi e, prima di addormentarsi, sfasciare i calzari... (trad. di Andrea Barabino). |
| - Continua la lettura della scheda >> |
Facebook - Lingue classiche
Notizie/Multimedia/Editoria
