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Lettura di brani in traduzione Catone educa personalmente il figlio Plutarco, Vita di Catone, 20, tratto da L. Canfora, cit., p. 735 Quando il bambino cominciò ad intendere, se ne assunse lui la cura e gli insegnava l'alfabeto, pur avendo con sé, in casa, un garbato schiavo litterator di nome Chilone, il quale insegnava a molti ragazzi. Non voleva, lo dice lui stesso, che il proprio figlio fosse eventualmente rimproverato da uno schiavo o dallo schiavo fosse preso per un orecchio se per caso si fosse rivelato scolaro pigro: non volle che suo figlio fosse debitore nei confronti di uno schiavo di un insegnamento così importante; e perciò fu lui, per il proprio figlio, maestro elementare, maestro di diritto, maestro di ginnastica. Non solo gli insegnava personalmente a lanciare il giavellotto, a cavalcare e a combattere a piedi, ma anche a fare a pugni, a sopportare il caldo e il freddo, a nuotare contro i vortici impetuosi del fiume. Ci fa sapere di aver scritto di suo pugno le Storie in grossi caratteri: così il fanciullo poteva disporre in casa dei mezzi necessari per conoscere la storia passata e assimilare le tradizioni del proprio popolo. Contro le punizioni corporali Quintiliano, Institutio Oratoria I 2, 14-16, trad. di S. Corsi, Bur, Milano 1997 Benché sia pratica ammessa e Crisippo non la disapprovi, io non vorrei affatto che gli allievi venissero picchiati, in primo luogo perché si tratta di una brutta forma di punizione, servile e certamente offensiva (e su quest'ultimo punto tutti concordano qualora si parli di altre età); poi perché, se uno ha un'indole così vile che i rimproveri non lo correggono, diventerà insensibile anche alle botte, come tutti i peggiori schiavi; da ultimo perché non ci sarà bisogno di simili misure se chi controlla lo svolgimento degli studi garantirà un'assidua presenza. Oggi come oggi, generalmente a causa della negligenza dei pedagoghi risulta opportuno correggere i ragazzi non obbligandoli a fare ciò che è giusto, bensì punendoli per non averlo fatto. Ma in fin dei conti, una volta che da piccolo tu abbia costretto un individuo a furia di botte, come lo potresti educare da più grande, quando simili intimidazioni non valgono più e quello deve imparare nozioni più complesse? Aggiungici che i ragazzi picchiati, fra dolori e spaventi, hanno spesso vissuto momenti tristi da raccontare, causa poi, in loro, di chiusura; e quell'impaccio li spezza dentro, li avvilisce, impone loro il rifiuto della vita stessa e la noia. Contro le scuole moderne Petronio, Satyricon 1-2, trad. di G.A. Cibotto, Newton Compton, Roma, 1982 A dire la verità, ho il sospetto che i ragazzi a scuola diventino più sciocchi, perché non apprendono nulla di ciò che serve nella vita, ma soltanto di pirati con le catene sulle spiagge; di tiranni che ordinano ai figli di mozzare la testa ai padri, di oracoli che per far cessare la pestilenza comandano di sacrificare tre vergini, se non addirittura cose peggiori. Insomma tutte frasi sapienti e ben tornite, per cui non c'è un fatto o un detto che non sia cosparso di papavero e sesamo. Imbevuti di tali fregnacce, che razza di cultura possono fermarsi? Chi sta in cucina deve per forza puzzare. Con vostra buona pace signori retori avete rovinato l'eloquenza. Infatti con i vostri giuochi di parole privi di garbo e di costrutto avete tolto ogni nerbo al discorso, rendendolo privo di significato. Una scuola vuota e inutile Agostino, Confessioni, I 9, 14-15, trad. di R. De Ponticelli, Garzanti 1991 Dio, Dio mio, quante ne ho viste di miserie e di raggiri, quando ancora bambino mi proponevano come ideale di vita l'obbedienza a quelli che volevano fare di me un uomo di successo e un vincitore nelle arti della chiacchiera, che servono a procacciare prestigio tra gli uomini e false ricchezze. Fui mandato a scuola, a imparare a leggere e a scrivere, senza avere la minima idea, infelice, di che uso se ne potesse fare. E tuttavia se ero tardo nell'apprendere, mi battevano. Perché era un metodo approvato dagli adulti, e molti venuti al mondo prima di noi avevano aperto le dolorose vie per cui ci costringevano a passare, tanto per accrescere un po' la dose di fatica e affanno riservata ai figli di Adamo. (…) Certo, avevamo le nostre colpe, che era di scrivere o leggere meno di quanto si esigeva da noi. Perché non erano la memoria o l'ingegno a farci difetto: di questi, mio Signore, hai voluto dotarci a sufficienza per quell'età. Ma ci piaceva giocare, e questo era motivo per esser puniti da persone che poi si comportavano proprio come noi. Ma i giochi degli adulti si chiamano occupazioni, mentre quelli dei bambini, che lo sono anch'essi, sono puniti dagli adulti: e nessuno ha pietà degli adulti o dei bambini, o di entrambi. |
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