2. Le utopie rinascimentali

L’utopia tende a fiorire nei periodi di crisi o di grandi trasformazioni, che spesso coincidono perché le trasformazioni portano sempre con sé la crisi dei vecchi valori e il sorgere di situazioni problematiche. È il caso del rinascimento, epoca nella quale si coniugano il realismo politico di Machiavelli e un vero e proprio proliferare degli scritti utopici, che diventano quasi un genere letterario a sé. La concomitanza di visioni antitetiche della politica è facilmente spiegabile se consideriamo da un lato le grandi trasformazioni economiche e sociali e la nascita, tra ‘400 e ‘500, della moderna concezione dello Stato, che diviene autonoma dalla religione e dalla Chiesa. Dall’altro lato, però, proprio queste trasformazioni, in senso borghese-manifatturiero, creano nuove marginalità, nuove ingiustizie sociali verso le quali l’utopia costituisce ad un tempo una risposta e una denuncia.
L’elemento costante delle utopie rinascimentali è la critica alla nuova economia, alla ricchezza di pochi che crea povertà per molti e la conseguente messa in discussione della proprietà privata.

2.1 Tommaso Moro: utopia e critica sociale

Nell’Inghilterra di inizio ‘500 la nuova borghesia agraria sta radicalmente mutando il modo di conduzione delle proprietà terriere. I campi vengono recintati e utilizzati per l’allevamento delle pecore che alimentano la florida manifattura tessile, privando in tal modo i villaggi dei tradizionali usi civici, cioè della possibilità di utilizzare liberamente i prodotti spontanei del suolo; ai contadini vengono sostituiti i braccianti, assunti all’occorrenza e licenziati quando non servono. Masse di ex contadini si riversano nelle città, finendo in genere per vivere di accattonaggio. “Le pecore mangiano gli uomini”, denuncia Moro, sottolineando le devastanti conseguenze della nuova economia borghese.

T6. Moro, Critica della modernità

– [...] Ma non è questa la sola cosa1 che costringe a rubare: ce n’è un’altra, che è, credo, particolare a voi soli.
– E qual è mai? – intervenne il cardinale.
– Le vostre pecore – diss’io – che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pur son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo.

L’Utopia, libro i, a cura di M. Isnardi Parente, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 24-25.

L’origine dei mali sociali è individuata da Moro nella proprietà privata, che genera ingiustizia e dunque invidia, che spinge i poveri a commettere crimini per procurarsi ricchezza, e i ricchi a difendere a tutti i costi i propri privilegi.

T7. Moro, Una società senza proprietà privata Sebbene, a dir vero (ma volete che vi si schiuda apertamente, caro signor Moro, ciò che racchiude il mio animo?), io sia convinto che, dove c’è la proprietà privata, dovunque si commisura ogni cosa col danaro, non è possibile che tutto si faccia con giustizia e tutto fiorisca per lo Stato. A meno che non pensiate che si agisca con giustizia là dove le cose migliori vanno nelle mani dei peggiori furfanti, o che lo Stato fiorisca dove tutti i beni son distribuiti fra un esiguo numero di cittadini. Ma nemmeno costoro stanno bene da ogni punto, quando gli altri tutti vivono nella miseria ...
È questo il motivo per cui spesso in cuor mio ripenso alle istituzioni prudentissime e giustissime degli Utopiani, presso i quali lo Stato è regolato così bene e da così poche leggi, che non solo vi è onorato e ricompensato il merito, ma anche l’uguaglianza è stabilita in modo che ognuno ha in abbondanza di ogni cosa.

L’Utopia cit., libro i, p. 50.

La critica di Moro si colloca nel contesto del racconto della società giusta dell’isola di Utopia. Un viaggiatore, Itlodeo, narra allo stesso Moro di essere approdato per caso in un’isola non segnata nelle carte, l’isola di Utopia. L’isola comprende 54 città, ognuna circondata da vasti terreni agricoli sui quali sorgono le case dei contadini.

T8. Moro, La società di Utopia L’isola di Utopia nella sua parte di mezzo, dov’è più larga, si stende per 200 miglia e per gran tratto non si stringe molto, ma poi da ambo i lati si va a poco a poco assottigliando verso due capi, che, piegandosi, come tracciati col compasso, per 500 miglia di perimetro, danno all’insieme la forma di una luna nuova. Le due punte separa per 11 miglia, poco più poco meno, un braccio di mare che vi scorre in mezzo per slargarsi in una immensa distesa, da ogni parte protetta da alture contro i venti e calma più spesso che in furia, a mo’ di gran lago, formando così, di quasi ogni insenatura di quelle terre, un porto pel quale passano navigli in ogni senso, con gran vantaggio degli abitanti. [...]
Del resto, com’è tradizione e come mostra da sé l’aspetto del paese, una volta questa terra non tutta era circondata da mare; ma Utopo, che conquistandola dette nome all’isola, chiamata prima Abraxa, e che ne condusse le popolazioni rozze e selvagge a quello stato di civiltà e cultura in cui superano ormai quasi tutti gli uomini del mondo, impadronitosene appena, al primo sbarco, con la vittoria, fe’ tagliar la terra per 15 miglia dalla parte dov’era unita al continente e vi trasse il mare all’intorno. [...]
L’isola possiede 54 città ampie e magnifiche, quasi tutte uguali per lingua, usanze, istituzioni e leggi.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 55-56.

L’isola è caratterizzata dal profondo senso morale dei cittadini, dalla concordia e dalla mancanza di delitti. Tutto ciò è reso possibile dalla organizzazione sociale, che non prevede la proprietà privata, eliminando la causa prima delle rivalità e dei crimini; inoltre, non esistono privilegi e differenze tra i cittadini: tutti lavorano e in questo modo è sufficiente una giornata lavorativa di sei ore, lasciando il tempo per l’istruzione e per attività creative. Anche qui, dietro il racconto emerge con chiarezza la critica alla società del proprio tempo.

T9.  Moro, L’equa ripartizione del lavoro

Ma a questo punto bisogna esaminar più precisamente una quistione, perché non cadiate in errore. Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili; poi mettete nel numero il loro servidorame, cioè tutta quella colluvie di spadaccini e di scioperati; aggiungete infine quei robusti e gagliardi pezzenti, che coprono col pretesto di malattie la loro indolenza, e vedrete che molto più pochi che non credevate son coloro dal cui lavoro risultano le cose tutte di cui si servono i mortali. Ponderate ora dentro di voi fra questi stessi quanto pochi siano quelli che si occupano di un mestiere indispensabile, se è vero che, dove tutto si misura col denaro, si devono necessariamente esercitar molte arti del tutto senza senso e superflue, a servizio soltanto del lusso e del capriccio. Infatti, se questa stessa quantità di gente che ora lavora venisse distribuita fra un piccol numero di mestieri, qual è quello richiesto con vantaggio dai bisogni naturali, i prezzi evidentemente sarebbero anche troppo bassi perché gli operai se ne potessero assicurare di che vivere [...]. Ma se tutti costoro che ora sono distratti in opere inoperose e per di più tutta la gran quantità di uomini infiacchiti dall’ozio e dal dolce far niente, ognuno dei quali dei prodotti del lavoro altrui consuma quanto due lavoratori, venissero tutti quanti assegnati ai lavori, e a lavori utili, comprendete agevolmente quanto poco tempo sarebbe sufficiente e di troppo a provvedere a tutto ciò che giustamente richiedono i bisogni e le comodità della vita e, aggiungete pure, i piaceri, almeno quelli veri e naturali.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 65-66.

Tutti lavorano e a tutti, comprese le donne, è impartita un’istruzione di base, ma l’approfondimento del sapere, al quale gli utopiani danno molto valore, prosegue per tutta la vita.
La società è basata sulla famiglia patriarcale, dominata dal maschio più anziano, al quale tutti debbono obbedienza. Ogni anno i capifamiglia eleggono dei magistrati (i sifogranti) che eleggono un principe, affiancandolo nel governo dell’isola.
Il prodotto del lavoro viene messo in comune e ogni capofamiglia prende dai magazzini pubblici ciò che basta per il proprio nucleo familiare. Non esiste ricchezza e quindi non ci sono né furti né denaro, e l’oro e le pietre preziose non hanno valore.
La morale e la religione sono basate sulla ragione, senza dogmi e senza imposizioni.

T10.  Moro, Una morale della ragione e del piacere

[Gli Utopiani] definiscono infatti virtù vivere secondo natura, giacché a questo noi siamo stati da Dio conformati; e che poi segue la guida della natura colui che nel bramare o fuggir le cose obbedisce a ragione. La ragione infine accende anzitutto i mortali ad amare e venerare la maestà divina, cui siamo debitori non solo della nostra esistenza, ma anche di poter ottenere la felicità; in secondo luogo ci insegna e ci spinge a vivere quanto meno è possibile in affanno e lietamente nel massimo grado, e ad offrirci a tutti gli altri come collaboratori, conforme ai vincoli di natura, per raggiungere lo stesso scopo. Infatti non è mai esistito un seguace della virtù così duro e rigido, uno spregiatore del piacere tale che t’imponga fatiche, veglie e miserie, senza ordinarti insieme di alleviare, per quanto un uomo può e deve, le miserie e le sventure altrui, e che in nome dell’umanità non creda sommamente lodevole per un uomo esser di salvezza e di sollievo agli altri, visto che è sommamente umano (e non c’è virtù più particolare all’uomo) addolcire le pene altrui e toglier loro ogni amarezza e restituire la vita alla gioia, cioè al piacere. Sarebbe straordinario forse che la natura spingesse qualcuno a rendere lo stesso servigio a se stesso? Giacché o la vita lieta, cioè nei piaceri, non è buona, e in tal caso non solo non devi assistere nessuno per quella, ma ritrarne tutto il meglio che puoi, come da danno mortale; ovvero, se non solo ti è lecito, ma sei in dovere di procurarla agli altri, come buona che è, perché non farlo a te stesso tra i primi, una volta che è conveniente che tu sia favorevole a te non meno che agli altri? Infatti, se la natura ti esorta ad esser buono verso gli altri, non per questo ti comanda di essere con te stesso spietato e inflessibile. Dunque la gioia nella vita, dicono gli Utopiani, cioè il piacere, ci viene imposto dalla natura stessa, come fine di tutte le azioni, e vivere secondo i dettati di natura vien definita la virtù.

L’Utopia cit., libro ii, p. 84.

La ricerca del piacere è positiva perché dettata dalla natura stessa e giustificata dalla ragione: tutti desideriamo come cosa buona il piacere per gli altri e quindi dobbiamo volerlo anche per noi. Non tutti i piaceri sono però desiderabili. Moro sviluppa una lunga analisi dei piaceri, di sapore epicureo, distinguendo tra quelli naturali e quelli artificiali, indotti dalla società, come il lusso e la ricchezza, da condannare.
La religione è basata su pochi principi accettati da tutti: la credenza in una divinità, nell’immortalità dell’anima e in premi e castighi dopo la morte. Per il resto, Moro afferma la libertà di culto e la tolleranza come valore fondamentale, anticipando molti temi del deismo illuministico.

T11. Moro, Il deismo degli Utopiani Varie sono le religioni non soltanto attraverso l’isola, ma anche per le singole città, ché alcuni venerano come dio il sole, altri la luna, altri un’altra delle stelle erranti. C’è chi riverisce non come dio soltanto, ma anche come sommo dio, qualche uomo la cui virtù o gloria risplendette una volta. Ma una parte, che è la maggiore di gran lunga e insieme molto più saggia, nulla di questo ammette, ma che vi sia una divinità non conoscibile, eterna, immensa, inspiegabile, che supera la capacità dell’intelligenza umana, diffusa in tutto questo universo pel suo influsso, non già corporalmente: è questa che chiamano padre. A lui attribuiscono l’origine, la crescita, i progressi, le vicende, come le vediamo, e la fine di tutte le cose, e non pongono ad altri onori divini. Anzi, tutti gli altri, sebbene abbiano credenze diverse, pure son d’accordo con costoro a credere nell’esistenza di un unico essere supremo, cui siam debitori della creazione dell’universo e della provvidenza, e tutti nella loro lingua patria lo chiamano in comune Mitra.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 115-16.

 

2.2 Campanella: la Città del Sole

Nella Città del Sole il progetto politico di Campanella si fonde con il piano metafisico. Secondo Campanella l’anima è formata da tre primalità o principi costituivi: la potenza, la sapienza e l’amore. Riprendendo il motivo di fondo della Repubblica platonica, Campanella sostiene che lo Stato perfetto deve modellarsi sull’anima umana. La città ideale è retta dal Sole, o Metafisico, un sacerdote-filosofo che concentra in sé sia il potere temporale che quello spirituale. Egli è coadiuvato da tre ministri, che riprendono le tre primalità:

T12. Campanella, Il Sole È un principe sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano.
Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore.
Il Potestà ha cura delle guerre e delle paci e dell’arte militare; è supremo nella guerra, ma non sopra Sole; ha cura dell’offiziali, guerrieri, soldati, munizioni, fortificazioni ed espugnazioni.
Il Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell’arti liberali e meccaniche, e tiene sotto di sé tanti offiziali quante son le scienze: ci è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rettorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale; e tiene un libro solo, dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e di fuori, tutte le scienze.
Nelle mura del tempio esteriori e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una. […]
Il Amore ha cura della generazione, con unir li maschi e le femine in modo che faccin buona razza; e si riden di noi che attendemo alla razza de cani e cavalli, e trascuramo la nostra. Tien cura dell’educazione, delle medicine, spezierie, del seminare e raccogliere li frutti, delle biade, delle mense e d’ogni altra cosa pertinente al vitto e vestito e coito, ed ha molti maestri e maestre dedicate a queste arti.
Il Metafisico tratta tutti questi negozi con loro, ché senza lui nulla si fa, ed ogni cosa la communicano essi quattro, e dove il Metafisico inchina, son d’accordo.

La città del Sole, in La città del Sole e Scelta d’alcune poesie filosofiche, a cura di A. Seroni, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 5-6, 8.

Campanella presenta il proprio progetto politico in forma di “dialogo poetico” tra due interlocutori: un Ospitalario e un Genovese, nocchieri di Colombo. Questi narra che durante uno dei suoi viaggi venne fatto prigioniero da un “gran squadrone d'uomini e donne armate” che lo condussero alla Città del Sole.
La città è costruita su un modello astronomico, evidente nell’architettura e che si rivelerà, nel racconto, uno degli elementi fondamentali dell’organizzazione politica.

T13. Campanella, La descrizione della Città del Sole

Gen. Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma, per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano.
È la città distinta in sette gironi grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s'entra dall'uno all'altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo spettanti; ma sta in modo che, se fosse espugnato il primo girone, bisogna più travaglio al secondo e poi più; talché sette fiate bisogna espugnarla per vincerla. Ma io son di parere, che neanche il primo si può, tanto è grosso e terrapieno, ed ha valguardi, torrioni, artelleria e fossati di fuora.
Entrando dunque per la porta Tramontana, di ferro coperta, fatta che s'alza e cala con bello ingegno, si vede un piano di cinquanta passi tra la muraglia prima e l'altra. Appresso stanno palazzi tutti uniti per giro col muro, che puoi dir che tutti siano uno; e di sopra han li rivellini sopra a colonne, come chiostri di frati, e di sotto non vi è introito, se non dalla parte concava delli palazzi. Poi son le stanze belle con le fenestre al convesso ed al concavo, e son distinte con piccole mura tra loro. Solo il muro convesso è spesso otto palmi, il concavo tre, li mezzani uno o poco più.
Appresso poi s'arriva al secondo piano, ch'è dui passi o tre manco, e si vedono le seconde mura con li rivellini in fuora e passeggiatori; e della parte dentro, l'altro muro, che serra i palazzi in mezzo, ha il chiostro con le colonne di sotto, e di sopra belle pitture.
E così s'arriva fin al supremo e sempre per piani. Solo quando s'entran le porte, che son doppie per le mura interiori ed esteriori, si ascende per gradi tali, che non si conosce, perché vanno obliquamente, e son d'altura quasi invisibile distinte le scale.
Nella sommità del monte vi è un gran piano ed un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio.
  Osp. Di', di' mo, per vita tua.
  Gen. Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circondi; ma sta situato sopra colonne grosse e belle assai. La cupola grande ha in mezzo una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l'altare, ch'è uno solo e sta nel mezzo del tempio. Girano le colonne trecento passi e più, e fuor delle colonne della cupola vi son per otto passi li chiostri con mura poco elevate sopra le sedie, che stan d'intorno al concavo dell'esterior muro, benché in tutte le colonne interiori, che senza muro fraposto tengono il tempio insieme, non manchino sedili portatili assai.
Sopra l'altare non vi è altro ch'un mappamondo assai grande, dove tutto il cielo è dipinto, ed un altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notati coi nomi loro e virtù, c'hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una; ci sono i poli e i circoli signati non del tutto, perché manca il muro a basso, ma si vedono finiti in corrispondenza alli globbi dell'altare. Vi sono sempre accese sette lampade nominate dalli sette pianeti.
Sopra il tempio vi stanno alcune celle nella cupoletta attorno, e molte altre grandi sopra gli chiostri, e qui abitano li religiosi, che son da quaranta.
Vi è sopra la cupola una banderuola per mostrare i venti, e ne signano trentasei; e sanno quando spira ogni vento che stagione porta. E qui sta anco un libro in lettere d'oro di cose importantissime.

La Città del Sole cit., pp. 4-6.

Il Sole, capo della città, è il sapiente per eccellenza: la sapienza, infatti, è la condizione per l’esercizio del potere. Come si è detto, è coadiuvato da tre ministri, corrispondenti alle tre primalità.
Le sette mura della città sono tutte dipinte, con le rappresentazioni delle diverse scienze, in modo che i bambini imparino spontaneamente e i cittadini possano accrescere continuamente il proprio sapere.

T14. Campanella, La città del sapere

Nelle mura del tempio esteriori e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una.
Nelle mura del primo girone tutte le figure matematiche, più che non scrisse Euclide ed Archimede, con la lor proposizione significante. Nel di fuore, vi è la carta della terra tutta, e poi le tavole d'ogni provinzia con li riti e costumi e leggi loro, e con l'alfabeti ordinari sopra il loro alfabeto.
Nel dentro del secondo girone vi son tutte le pietre preziose e non preziose, e minerali, e metalli veri e pinti, con le dichiarazioni di due versi per uno. Nel di fuore vi son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini ed ogli ed altri liquori, e loro virtù ed origini e qualità; e ci son le caraffe piene di diversi liquori di cento e trecento anni, con li quali sanano tutte l'infirmità quasi.
Nel dentro del terzo vi son tutte le sorti di erbe ed arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra sopra il rivellino e le dichiarazioni dove prima si ritrovaro, e le virtù loro, e le simiglianze c'hanno con le stelle e con li metalli e con le membra umane, e l'uso loro in medicina. Nel di fuora tutte maniere di pesci di fiumi, laghi e mari, e le virtù loro, e 'l modo di vivere, di generarsi e allevarsi, a che serveno; e le simiglianze c'hanno con le cose celesti e terrestri e dell'arte e della natura; sì che mi stupii, quando trovai pesce vescovo e catena e chiodo e stella, appunto come son queste cose tra noi. Ci sono ancini, rizzi, spondoli e tutto quanto è degno di sapere con mirabil arte di pittura e di scrittura che dichiara.
Nel quarto, dentro vi son tutte sorti di augelli pinti e lor qualità, grandezze e costumi, e la fenice è verissima appresso loro. Nel di fuora stanno tutte sorti di animali rettili, serpi, draghi, vermini, e l'insetti, mosche, tafani ecc., con le loro condizioni, veneni e virtuti; e son più che non pensamo.
Nel quinto, dentro vi son l'animali perfetti terrestri di tante sorti che è stupore. Non sappiamo noi la millesima parte, e però, sendo grandi di corpo, l'han pinti ancora nel fuore rivellino; e quante maniere di cavalli solamente, o belle figure dichiarate dottamente!
Nel sesto, dentro vi sono tutte l'arti meccaniche, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi son tutti l'inventori delle leggi e delle scienze e dell'armi. Trovai Moisè, Osiri, Giove, Mercurio, Macometto ed altri assai; e in luoco assai onorato era Gesù Cristo e li dodici Apostoli, che ne tengono gran conto, Cesare, Alessandro, Pirro e tutti li Romani; onde io ammirato come sapeano quelle istorie, mi mostraro che essi teneano di tutte nazioni lingua, e che mandavano apposta per il mondo ambasciatori, e s'informavano del bene e del male di tutti; e godeno assai in questo. Viddi che nella China le bombarde e le stampe furo prima ch'a noi. Ci son poi li maestri di queste cose; e li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni.

La Città del Sole cit., pp. 5-6.

Come Platone, anche Campanella individua nell’interesse particolare la causa dei conflitti sociali, dei reati e dei vizi. Per ovviarvi, propone l’abolizione della proprietà e della famiglia. Diversamente da Platone, Campanella non prevede una divisione in classi: ognuno svolge sia lavori manuali che intellettuali e quindi il “comunismo platonico” è esteso a tutti i membri della società.

T15. Campanella, La mancanza della proprietà privata e della famiglia

Ospitalario – Or dimmi degli offizi e dell’educazione e del modo come si vive; si è republica o monarchia o Stato di pochi.
Genovese – Questa è una gente ch’arrivò là dall’Indie, ed erano molti filosofi, che fuggiro la rovina di Mogori2 e d’altri predoni e tiranni; onde si risolsero di vivere alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si usa tra le genti della provinzia loro; ma essi l’usano, ed è questo il modo. Tutte cose son communi; ma stan in man di offiziali le dispense3, onde non solo il vitto, ma le scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare cosa alcuna.
Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché, per sublimar4 a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l’amor proprio, resta il commune solo.
Osp. Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l’altro fatichi, come Aristotile dice contra Platone.5
Gen. Io non so disputare, ma ti dico c’hanno tanto amore alla patria loro, che è una cosa stupenda, più che si dice delli Romani, quanto son più spropriati6. E credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o l’ambizione di crescere più a dignità, sarìano più spropriati e santi e caritativi con tutti.
Osp. Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l’un l’altro.
Gen. Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non ponno donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune; e molto guardano gli offiziali, che nullo abbia più che merita. Però quanto è bisogno tutti l’hanno. E l’amico si conosce tra loro nelle guerre, nell’infirmità, nelle scienze, dove s’aiutano e s’insegnano l’un l’altro. E tutti li gioveni s’appellan frati7, e quei che son quindici anni più di loro, padri, e quindici meno, figli. E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza.
Osp. E come?
Gen. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l’offiziale: ci è un che si chiama Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia criminale e civile, un Solerzia, un Verità, Beneficenza, Gratitudine, Misericordia ecc.; e a ciascuno di questi si elegge quello che da fanciullo nelle scole si conosce inchinato a tal virtù. E però, non sendo tra loro latrocini, né assassinii, né stupri ed incesti, adultèri, delli quali noi ci accusamo, essi si accusano d’ingratitudine, di malignità, quando uno non vuol far piacer onesto, di bugia, che abborriscono più che la peste; e questi rei per pena son privati della mensa commune, o del commerzio delle donne, e d’alcuni onori, finché pare al giudice, per ammendarli.

La città del Sole cit., pp. 8-10.

Come nell’isola di Utopia, anche nella Città del Sole tutti, uomini e donne, lavorano, con una conseguente riduzione dell’impegno individuale, fissato a quattro ore. Buona parte del tempo restante è dedicato allo studio e alle arti, in modo che ognuno possa sviluppare la propria personalità.
Lo Stato è onnipresente: i ministri con i loro “offiziali” regolano minuziosamente la vita di ogni individuo, dall’istruzione, che è pubblica, alla generazione, regolata da Mor, Amore.

T16.  Campanella, La generazione

Ospitalario - Or dimmi della generazione.
Genovese - Nulla femina si sottopone al maschio, se non arriva a dicianov’anni, né il maschio si mette alla generazione inanti alli vintiuno, e più si è di complessione bianco8. Nel tempo inanti è ad alcuno lecito il coito con le donne sterili o pregne, per non far in vaso indebito; e le maestre matrone con li seniori della generazione han cura di provederli, secondo a loro è detto in secreto da quelli più molestati da Venere. Li provedono, ma non lo fanno senza far parola al maestro maggiore, che è un gran medico, e sottostà ad Amore, prencipe offiziale. Se si trovano in sodomia, son vituperati, e li fan portare due giorni legata al collo una scarpa, significando che pervertiro l’ordine e posero li piedi in testa, e la seconda volta crescen la pena finché diventa capitale. Ma chi si astiene fin a ventun anno d’ogni coito è celebrato con alcuni onori e canzoni.
Perché quando si esercitano alla lotta, come i Greci antichi, son nudi tutti, maschi e femine, li mastri conoscono chi è impotente o no al coito, e quali membra con quali si confanno. E così, sendo ben lavati, si donano al coito ogni tre sere; e non accoppiano se non le femine grandi e belle alli grandi e virtuosi, e le grasse a’ macri, e le macre alli grassi, per far temperie9. La sera vanno i fanciulli e conciano10 i letti, e poi vanno a dormire, secondo ordina il mastro e la maestra. Né si pongono al coito, se non quando hanno digerito, e prima fanno orazione, ed hanno belle statue di uomini illustri, dove le donne mirano11. Poi escono alla fenestra, e pregono Dio del Cielo, che li doni prole buona. E dormeno in due celle, sparti fin a quell’ora che si han da congiungere, ed allora va la maestra, ed apre l’uscio dell’una e l’altra cella. Questa ora è determinata dall’Astrologo e Medico e si forzan sempre di pigliar tempo, che Mercurio e Venere siano orientali dal Sole in casa 12benigna, e che sian mirati da Giove di buono aspetto13 e da Saturno e Marte così il sole come la luna14, che spesso sono afete15. [...]
Ed han per peccato li generatori16 non trovarsi mondi tre giorni avanti di coito e d’azioni prave, e di non esser devoti al Creatore. Gli altri, che per delizia o per servire alla necessità si donano al coito con sterili o pregne o con donne di poco valore, non osservan queste sottigliezze. E gli offiziali, che son tutti sacerdoti, e li sapienti non si fanno generatori, se non osservano molti giorni più condizioni; perché essi, per la molta speculazione, han debole lo spirito animale, e non trasfondeno il valor della testa, perché pensano sempre a qualche cosa: onde trista razza fanno. Talché si guarda bene, e si donano questi a donne vive, gagliarde e belle; e gli uomini fantastichi e capricciosi a donne grasse, temperate, di costumi blandi. E dicono che la purità della complessione, onde le virtù fruttano, non si può acquistare con arte, e che difficilmente senza disposizion naturale può la virtù morale allignare, e che gli uomini di mala natura per timor della legge fanno bene, e, quella cessante, struggon la republica con manifesti o segreti modi. Però tutto lo studio principale deve essere nella generazione, e mirar li meriti naturali, e non la dote e la fallace nobiltà.
Se alcune di queste donne non concipeno con uno, le mettono con altri; se poi si trova sterile, si può accommunare, ma non ha l’onor delle matrone in Consiglio della generazione e nella mensa e nel tempio; e questo lo fanno perché essa non procuri la sterilità per lussuriare.

La città del Sole cit., pp. 15-18.

L’astronomia è molto importante nella Città del Sole, costituendo anche la base di una religione astrale che è quella maggiormente praticata. Il culto è però libero e vige la massima tolleranza, con l’eccezione degli atei, considerati socialmente pericolosi, che non vengono perseguitati ma ai quali sono precluse le cariche pubbliche.

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Risorse in Internet:

La città del Sole di Campanella. Versione integrale in LiberLiber: www.liberliber.it/biblioteca/c/campanella/index.htm

Il testo dell'opera di Thomas More, Utopia, è disponibile in lingua inglese nel "Project Gutenberg": www.gutenberg.org/etext/2130

1. La causa a cui ci si riferisce sono i soldati mercenari, al servizio dei nobili, che in periodi di pace si danno a prepotenze e ruberie.

2. Ovvero i tartari, cosiddetti dal nome del loro capo, il gran Mogor. Invasero l’India nelxvi secolo.

3. La distribuzione dei beni in genere, ovviamente non in proprietà ma soltanto per l’uso.

4. Elevare.

5. Politica, 1261b.

6. Quanto più sono privati dei beni.

7. Fratelli.

8. Gracile.

9.Per fare equilibrio, relativamente alla prole che, prendendo le caratteristiche dei genitori, avrà corpi armoniosi.

10. Preparano.

11. Si riteneva all’epoca che le immagini contemplate prima dell’unione sessuale influenzassero il concepimento, producendo figli con virtù fisiche - e anche morali - simili.

12. Le «case» in astrologia sono le suddivisioni del cielo, dove i pianeti vengono di volta in volta a trovarsi.

13. Si dice «aspetto» la posizione reciproca di due pianeti.

14. Tutti questi «consigli astrali» sono da ricollegare alla religione dei Solari, e ovviamente anche all’importanza che l’astrologia aveva per Campanella e nel rinascimento in generale.

15. «Afeta» si dice il punto dello zodiaco in cui si compone e si determina il destino individuale.

16. Soltanto coloro che si uniscono per procreare, come si dice subito sotto, devono osservare questi precetti, tutti orientati a determinare caratteristiche positive nella prole e non all’atto sessuale in sé