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6. L’infelicità come destino dell’uomo  

a. La visione metafisica (Schopenhauer)

Secondo Schopenhauer il principio metafisico, la Volontà, è irrazionale e mira unicamente alla conservazione di sé, nella completa indifferenza per il destino dell’uomo. La realtà ci appare ordinata, provvista di senso, solo come rappresentazione, come nostro modo di vederla e di ricostruirla, mentre in sé, come noumeno, è irrazionale, priva di scopi e di senso. L’uomo crede di agire sulla base di motivi e di intenzioni, ma è in realtà uno strumento della Volontà ed è condannato per ciò stesso a essere infelice. La condizione umana, sia a livello individuale che sociale, è caratterizzata dall’infelicità, dalla lacerazione e dal conflitto, dalla mancanza di senso.

SCHOPENHAUER

Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l’appagamento; tuttavia per un desiderio, che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre, la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito, l’appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non conosciuto ancora. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole, che più non muti: bensì rassomiglia soltanto all’elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento. Quindi finché la nostra coscienza è riempita dalla nostra volontà; finché siamo abbandonati alla spinta dei desideri, col suo perenne sperare e temere; finché siamo soggetti del volere, non ci è concessa durevole felicità né riposo. Che noi andiamo in caccia o in fuga; che temiamo sventura o ci affatichiamo per la gioia, è in sostanza tutt’uno; la preoccupazione della volontà ognora esigente, sotto qualsivoglia aspetto, empie e agita perennemente la coscienza; e senza pace nessun benessere è mai possibile.

Il mondo come volontà e rappresentazione, Roma-Bari, Laterza, 1979, vol. II, p. 270

La Volontà come principio metafisico si traduce nell’individuo in desiderio. Il desiderio è la motivazione di ogni agire umano, ma esso deriva da una mancanza (se desideriamo qualcosa è perché ne sentiamo il bisogno e non la possediamo), cioè da dolore. L’appagamento non genera felicità, ma nuovi desideri, perché in realtà l’uomo non desidera qualcosa, ma è desiderio, volontà. Ciò sembra provato, secondo Schopenhauer, dal fatto che quando viene temporaneamente meno il desiderio, non subentra uno stato di serenità, ma una condizione di infelicità, caratterizzata dalla noia.

SCHOPENHAUER

Già vedemmo la natura priva di conoscenza avere per suo intimo essere un continuo aspirare, senza meta e senza posa; ben più evidente ci apparisce quest’aspirazione considerando l’animale e l’uomo. Volere e aspirare è tutta l’essenza loro, affatto simile a inestinguibile sete. Ma la base d’ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l’uomo è vincolato dall’origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l’opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi. Tal condizione s’è dovuta singolarmente esprimere anche col fatto, che quando l’uomo ebbe posti nell’inferno tutti i dolori e gli strazi, per il cielo non rimase disponibile se non appunto la noia.

Il mondo come volontà e rappresentazione, Roma-Bari, Laterza, 1979, vol. II, pp. 411-12

La "felicità" (ammesso che si possa usare ancora questo termine) è uno stato essenzialmente negativo, è mancanza di bisogno e di desiderio, che genera però noia, cioè nuova infelicità. 

SCHOPENHAUER

Qualsiasi soddisfacimento, o ciò che in genere suol chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre negativo, e mai positivo. Non è una sensazione di gioia spontanea, e di per sé entrata in noi, ma sempre bisogna che sia l’appagamento d’un desiderio. Imperocché desiderio, ossia mancanza, è la condizione preliminare d’ogni piacere. Ma con l’appagamento cessa il desiderio, e quindi anche il piacere. Quindi l’appagamento o la gioia non può essere altro se non la liberazione da un dolore, da un bisogno: e con ciò s’intende non solo ogni vero, aperto soffrire, ma anche ogni desiderio, la cui importunità disturbi la nostra calma, e perfino la mortale noia, che a noi rende un peso l’esistenza. Ora, è difficilissimo raggiungere e menare a compimento alcunché: a ogni nostro proposito contrastano difficoltà e fatiche senza fine, e a ogni passo si accumulano gli ostacoli. Quando poi finalmente tutto è superato e raggiunto, nient’altro ci si può guadagnare, se non d’essere liberati da una sofferenza o da un desiderio: quindi ci si trova come prima del loro inizio, e non meglio. Direttamente dato è a noi sempre il solo bisogno, ossia il dolore. Invece l’appagamento e il piacere non li possiamo conoscere che mediatamente, per ricordar la passata sofferenza e privazione, venuta meno all’apparire di quelli. Da ciò proviene, che dei beni e vantaggi, che possediamo in effetti, non siamo affatto ben persuasi, né li apprezziamo, bensì ci sembra naturale l’averli; che essi ci letiziano solo indirettamente, con l’impedir sofferenze. Bisogna averli perduti, per sentirne il pregio: perché il bisogno, la privazione, il soffrire è la sensazione positiva, che si manifesta direttamente. Perciò anche ci rallegra il ricordo di angustia, malattia, bisogni superati, ché tal ricordo è l’unico mezzo per godere dei beni presenti.

Il mondo come volontà e rappresentazione, libro IV, § 58, Roma-Bari, Laterza, 1979, vol. II, pp. 421-22

Solo liberandosi radicalmente di ogni desiderio, solo estirpando da sé la volontà l’uomo potrebbe superare l’infelicità che fa parte della sua natura. Schopenhauer tratteggia nella sua opera la via per giungere al superamento della volontà o, nel suo linguaggio, alla nolontà, indicando il percorso per liberarsi non dei desideri ma del desiderare in quanto tale. Al termine di questo cammino troviamo ancora una volta un’accezione negativa della felicità, intesa come il nulla, come la serenità che deriva dal venir meno di ogni desiderio. Si tratta di un processo di liberazione dalla propria natura che solo pochi hanno percorso o possono percorrere. Per la maggior parte dell’umanità, la condizione esistenziale è caratterizzata dall’infelicità ed è questo il messaggio più forte che emerge dalla sua filosofia.

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