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Felicità
3. La
felicità come piacere
Secondo molti filosofi, la felicità consiste
essenzialmente nel piacere legato ai sensi. Questa
posizione è in genere legata a una concezione
materialistica delluomo, per cui egli si risolve
interamente nel suo essere fisico, nel corpo.
Lanima è strettamente legata al corpo e dunque è
mortale. Tuttavia, allinterno di questa concezione,
è necessario distinguere almeno due varianti distinte.
Da un lato ledonismo (dal greco hedoné,
piacere), secondo il quale il piacere è uno stato
positivo da ricercare attivamente, è "un moto lieve
dei sensi" (Aristippo di Cirene) da rinnovare
continuamente. Dallaltro lato, il piacere viene
inteso come serenità danimo, assenza di turbamento
e di dolore. La posizione di Epicuro è particolarmente
rappresentativa di questa seconda tendenza. Secondo
Epicuro, il piacere non è sempre bene di per sé. Alcuni
piaceri, infatti, possono turbare lanimo, o perché
troppo violenti, o perché durano poco e il loro venir
meno provoca dolore. Sarà allora necessario fare un
calcolo dei piaceri, sotto la guida della ragione, in
modo da scegliere quelli stabili, quelli facilmente
raggiungibili, quelli che non provocano dolore futuro e
che non privano di piaceri maggiori. Ad esempio, mangiare
e bere smodatamente può per alcuni essere un piacere. Se
però analizziamo le conseguenze negative sulla forma
fisica e sulla salute, ci rendiamo conto che a lungo
andare tale piacere provoca dolore, e dunque è saggio
astenersene.
EPICURO
Per
questo noi riteniamo il piacere principio e fine
della vita felice, perché lo abbiamo
riconosciuto bene primo e a noi congenito. A esso
ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di
rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al
sentimento del piacere e del dolore.
È bene primario e naturale per noi, per questo
non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene
tralasciarne alcuni da cui può venirci più male
che bene, e giudicare alcune sofferenze
preferibili ai piaceri stessi se un piacere più
grande possiamo provare dopo averle sopportate a
lungo. Ogni piacere dunque è bene
per sua intima natura, ma noi non li scegliamo
tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma
non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna
giudicare gli uni e gli altri in base alla
considerazione degli utili e dei danni. Certe
volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi
un male, invece il male un bene.
Epistola
a Meneceo, in Opere, Milano, Tea,
1991
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Il tema
della felicità è centrale nel pensiero di Epicuro. Egli
infatti muove dal presupposto che il fine del filosofare
sia proprio il raggiungimento della felicità.
EPICURO
Epicuro
saluta Meneceo. Non indugi il giovane a
filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno
mai è troppo giovane o troppo vecchio per la
salute dellanima. Chi dice che letà
per filosofare non è ancora giunta o è già
trascorsa, è come se dicesse che non è ancora
giunta o è già trascorsa letà per la
felicità. Devono filosofare sia il giovane sia
il vecchio; questo perché, invecchiando, possa
godere di una giovinezza di beni, per il grato
ricordo del passato; quello perché possa insieme
esser giovane e vecchio per la mancanza di timore
del futuro. Bisogna dunque esercitarsi in ciò
che può produrre la felicità: se abbiamo questa
possediamo tutto; se non la abbiamo, cerchiamo di
far di tutto per possederla. Le cose che ti ho di
continuo raccomandate, falle ed esercitati in
esse, considerandole i principi del ben vivere.
Epistola
a Meneceo, 122-23, in Opere, p. 196
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La felicità
consiste nel piacere, e il piacere nel soddisfacimento
dei bisogni, che si traducono in desideri. Il calcolo dei
piaceri si basa, di conseguenza, su una teoria dei
bisogni.
EPICURO
Bisogna
anche considerare che dei desideri alcuni sono
naturali, altri vani; e tra quelli naturali
alcuni sono anche necessari, altri naturali
soltanto; tra quelli necessari poi alcuni sono in
vista della felicità, altri allo scopo di
eliminare la sofferenza fisica, altri ancora in
vista della vita stessa. Una sicura conoscenza di
essi sa rapportare ogni atto di scelta o di
rifiuto al fine della salute del corpo e della
tranquillità dellanima, dal momento che
questo è il fine della vita beata; è in vista
di ciò che compiamo le nostre azioni allo scopo
di sopprimere sofferenze e perturbazioni.
Epistola
a Meneceo, 127-28, in Opere, Milano,
Tea, 1991, pp. 199-200
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Epicuro
distingue i piaceri in naturali e non naturali. Tra i
primi, alcuni sono necessari, come il mangiare e il bere.
Questi dovranno necessariamente essere soddisfatti, per
evitare la sofferenza e la morte, ma possono essere
soddisfatti facilmente. I bisogni naturali ma non
necessari sono, ad esempio, mangiare cibi raffinati o
bere bevande più piacevoli dellacqua. Essi possono
essere soddisfatti, purché ciò non comporti affanno o
preoccupazioni. Infatti, per non avere fame basta
mangiare pane o altri cibi semplici, per non avere sete
basta dellacqua. Esistono infine bisogni né
naturali né necessari, come il desiderio di gloria o di
ricchezza. Da essi bisogna guardarsi, perché sono la
fonte principale del turbamento dellanima. La
felicità, infatti, coincide più che con il piacere con
lassenza di dolore e di turbamento, con la
serenità danimo (atarassia).
EPICURO
Una
ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni
scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla
perfetta serenità dell'animo, perché questo è
il compito della vita felice, a questo noi
indirizziamo ogni nostra azione, al fine di
allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia.
Una
volta raggiunto questo stato ogni bufera interna
cessa, perché il nostro organismo vitale non è
più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve
cercare per il bene dell'animo e del corpo.
Infatti proviamo bisogno del piacere quando
soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece
non soffriamo non ne abbiamo bisogno.
Epistola
a Meneceo, in Opere, Milano, Tea, 1991
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