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Felicità
2. La
felicità come realizzazione della propria natura
Nella
concezione aristotelica della felicità possiamo
individuare tre aspetti importanti: 1. la felicità come
giusta misura; 2. la felicità come realizzazione della
propria natura;3. la felicità come conseguenza di un
modo di essere e non di singole azioni. Aristotele
distingue tra virtù etiche e dianoetiche. Le prime
riguardano la disciplina delle passioni, le seconde il
sapere e la ragione. Egli non esclude dunque un rapporto
tra felicità e piacere, purché le passioni siano
regolate e moderate dalla ragione. Relativamente alle
virtù etiche, quindi, la virtù consiste nel giusto
mezzo, che è anche latteggiamento per conseguire
la felicità. Il piacere non si identifica con il sommo
bene, quindi non può dare la felicità in senso proprio.
ARISTOTELE
Il
trattare del piacere e del dolore è cosa propria
di chi studia filosoficamente la politica. Costui
infatti stabilisce come un architetto il fine,
guardando al quale diciamo in senso assoluto una
cosa buona e laltra cattiva. Inoltre è
anche tra le cose necessarie lo studiare intorno
a ciò; infatti noi stabilimmo che la virtù e il
vizio etico riguardano i dolori e i piaceri, e i
più dicono che la felicità è congiunta al
piacere, per cui sè formato il termine
"beato" dal "bearsi". Ad
alcuni dunque sembra che nessun piacere sia bene,
né di per sé, né accidentalmente, in quanto il
bene e il piacere non sono la stessa cosa; ad
altri sembra che siano bene alcuni piaceri, ma la
maggior parte di essi sia cattiva; e infine una
terza categoria di persone dice che, se pur tutti
i piaceri siano bene, tuttavia non è possibile
che il sommo bene sia piacere. In generale si
dice che non è un bene, perché ogni piacere è
una generazione, percepita dai sensi, nel senso
della natura, ma nessuna generazione è dello
stesso genere dei fini, come nessuna costruzione
di case sidentifica con la casa. Inoltre
luomo moderato fugge i piaceri. E
luomo saggio cerca lassenza di
dolore, non ciò che è piacevole. Inoltre i
piaceri sono un ostacolo allesser saggio, e
tanto più lo sono, quanto più grande è il
godimento, come nel piacere erotico; infatti
nessuno potrebbe pensare durante esso. Oltre a
ciò, non vè nessunarte del piacere,
mentre ogni bene è opera di unarte.
Inoltre i fanciulli e le bestie perseguono il
piacere. Del fatto poi che tutti i piaceri non
sono buoni, la prova sarebbe che ve ne sono anche
di turpi e di biasimevoli, e che ve ne sono di
dannosi: alcuni piaceri infatti sono nocivi. Si
dice quindi che il sommo bene non è il piacere,
in quanto il piacere non è fine, ma generazione.
Etica
Nicomachea, libro VII, 11, 1152b, in Opere,
Roma-Bari, Laterza, 1973, vol. VII, p. 185
|
Tuttavia,
anche il piacere può contribuire alla felicità. Essendo
legato alla sensibilità, però, esso è relativo ai
diversi individui, e in ogni caso deve essere moderato,
in modo da non turbare lanimo e da non distogliere
dalla virtù.
| ARISTOTELE
Ciò
è dunque, press'a poco, quel che si dice: che
però da ciò non derivi né il fatto che il
piacere non sia bene, né che non sia il sommo
bene, sarà manifesto da ciò che segue.
Anzitutto, giacché in due modi s'intende il bene
(cioè il bene assoluto e il bene relativo a
qualcuno), anche le nature e le disposizioni
saranno conseguenti a ciò, cosicché lo sono
anche i movimenti e le generazioni; e dei piaceri
che sembrano cattivi alcuni sono cattivi
assolutamente, <altri cattivi per uno>[1] ma
non per un altro, anzi desiderabili per questo;
altri non saranno desiderabili neppure per
qualcuno, se non qualche volta e per poco tempo,
ma non <sempre>, altri non sono piaceri, ma
sembrano tali, quelli cioè congiunti al dolore e
quelli allo scopo di guarigione, come nel caso
degli infermi. Inoltre, poiché il bene è in
parte attività in parte disposizione, le azioni
che si pongono nella disposizione naturale sono
piacevoli solo accidentalmente. A sua volta
l'attività si compie nei desideri della
disposizione e della natura, cui manchi qualcosa;
per quanto vi siano piaceri anche senza dolore e
desiderio, quali le attività del contemplare,
quando la natura non ha più bisogni. Prova ne è
che non dello stesso piacere godono gli uomini
quando la loro natura è compiuta e quando invece
si sta assestando; bensì quando si sta
assestando godono di cose piacevoli in senso
assoluto, quando invece è compiuta, godono anche
delle cose opposte; infatti godono anche di cose
acri e amare, delle quali nessuna è piacevole
né per natura, né in senso assoluto. Cosicché
queste sensazioni non sono neppure piaceri;
infatti a seconda di come sono tra loro le cose
piacevoli, così sono anche i piaceri che ne
derivano. Inoltre non è necessario che vi sia
qualcosa che sia un bene maggiore del piacere,
come alcuni dicono che il fine sia rispetto alla
generazione. Infatti i piaceri non sono
generazioni, né sono tutti connessi a una
generazione, bensì sono attività e fine; e non
sorgono per via di generazione, bensì per via
dell'uso delle cose; e il fine non è qualcosa di
diverso da tutti i piaceri, ma solo da quelli che
conducono alla perfezione della natura. Perciò
anche non è giusto dire che il piacere è una
generazione percepita dai sensi, bensì piuttosto
si deve dire che esso è l'attività d'una
disposizione conforme a natura, e invece di dire
che essa è percepita dai sensi si deve dire che
è non ostacolata. Ad alcuni poi sembra che il
piacere sia generazione, perché è propriamente
un bene; infatti ritengono che l'attività sia
generazione, mentre invece è qualcosa d'altro.
Dire poi che i piaceri sono cattivi perché
alcune cose piacevoli sono nocive, sarebbe lo
stesso che dire che alcune cose salubri sono
cattive perché costano. In questo senso entrambe
le cose sono cattive, ma non per questo sono
realmente cattive: infatti anche la
contemplazione talora danneggia la salute. Non
ostacola poi né la saggezza, né alcuna
disposizione il piacere che deriva da entrambe,
bensì quelli estranei; giacché i piaceri che
derivano dal contemplare e dallo studiare fanno
ancor più contemplare e studiare. Il fatto poi
che nessun piacere sia opera di un'arte accade
logicamente: infatti neppure di alcun'altra
attività v'è arte, bensì l'arte riguarda la
facoltà, per quanto l'arte dei profumi e quella
culinaria sembrano riguardare il piacere. Il
fatto poi che il moderato fugga il piacere, che
il saggio cerchi una vita priva di dolore, che i
bambini e le bestie cerchino il piacere, tutto
ciò si risolve nello stesso ragionamento.
Giacché infatti s'è detto che dei piaceri
alcuni sono buoni in senso assoluto, ma non tutti
sono buoni, proprio questi ultimi sono cercati
dalle bestie e dai bambini, ed è il dolore
provocato da questi che fugge il saggio; si
tratta cioè dei piaceri accompagnati da
desiderio e dolore e propri del corpo (tale
infatti è la loro natura) e dei loro eccessi,
per i quali l'intemperante è intemperante. Per
questo il moderato li fugge, giacché vi sono
anche dei piaceri propri dei moderato.
Etica
Nicomachea, libro VII, 12, 1152b-1153a, in Opere,
Roma-Bari, Laterza, 1973, vol. VII,pp. 186-88
|
Etica
Nicomachea, ???,
libro VII, 12, 1152b-1153a, pp. 186-188. I piaceri quindi
hanno a che fare con il bene relativo. Il bene assoluto,
il sommo bene, invece, consiste nella realizzazione della
propria natura. Luomo è per natura un essere
razionale, quindi il sommo bene si identifica con la
razionalità, con il pensiero.
| ARISTOTELE
E su
questargomento basti ciò chè stato
detto. Torniamo dunque alla questione del bene,
che cosa esso sia. È evidente che esso è
diverso nelle diverse azioni e arti; diverso
infatti è nella medicina e nella strategia e
così nelle altre. Che cosè dunque il bene
di ciascuna? È forse ciò in vista del quale si
fan le altre cose? Tale è nella medicina la
salute, nella strategia la vittoria,
nellarchitettura la casa, e così di
seguito, è il fine in ogni azione e in ogni
proposito: è in vista di esso che tutti compiono
le altre cose. Cosicché, se vi è un fine di
tutte le cose che si compiono, questo
devessere il bene realizzato; e se vi sono
più fini, questi sono il bene. Così su questa
via il nostro ragionamento ritorna al punto di
partenza. Tuttavia dobbiamo cercare di chiarire
ciò ancor meglio. Poiché dunque i fini appaiono
esser numerosi, e noi scegliamo alcuni di essi
solo in vista daltri, come ad esempio la
ricchezza, i flauti e in genere gli strumenti, è
evidente che non tutti sono fini perfetti mentre
il sommo bene devessere qualcosa di
perfetto. Cosicché, se vi è un solo fine
perfetto, questo è ciò che cerchiamo, se ve ne
sono di più esso sarà il più perfetto di essi.
Noi diciamo dunque che è più perfetto il fine
che si persegue di per se stesso che non quello
che si persegue per un altro motivo e che ciò
che non è scelto mai in vista daltro è
più perfetto dei beni scelti contemporaneamente
per se stessi e per queste altre cose, e insomma
il bene perfetto è ciò che deve esser sempre
scelto di per sé e mai per qualcosa
daltro. Tali caratteristiche sembra
presentare soprattutto la felicità; infatti noi
la desideriamo sempre di per se stessa e mai per
qualche altro fine; mentre invece lonore e
il piacere e la ragione e ogni altra virtù li
perseguiamo bensì di per se stessi (infatti se
anche essi dovessero esser privi di ulteriori
effetti, noi desidereremmo ugualmente ciascuno
dì essi), tuttavia li scegliamo anche in vista
della felicità, immaginando di poter esser
felici attraverso questi mezzi. Invece la
felicità nessuno la sceglie in vista di questi
altri beni, né in generale in vista di qualcosa
daltro. Ma anche dallautosufficienza
sembran provenire gli stessi risultati. Il bene
perfetto sembra infatti essere autosufficiente.
Noi intendiamo per autosufficienza non il bastare
a sé solo di un individuo, che conduca una vita
solitaria, ma anche il bastare ai suoi parenti,
ai figli, alla moglie e infine agli amici e
concittadini, poiché per natura luomo è
un essere politico. Ma qui bisogna porre un
limite; infatti chi si rivolge ai genitori e ai
discendenti e agli amici degli amici procede
allinfinito. Ma questo lo esamineremo in
seguito; per ora definiamo autosufficiente colui
che rende la sua vita a sé bastante e piacevole
e non ha bisogno di nessuno. Tale dunque pensiamo
essere la natura della felicità, cioè il bene
preferibile a tutti, senza che altri elementi gli
si debbano aggiungere. Se infatti così fosse, è
evidente che essa sarebbe suscettibile di
diventar preferibile attraverso laggiunta
di un altro bene, sia pure il più piccolo;
infatti laggiungere dei beni provoca
aumento e, più grande è il bene, più esso è
desiderabile. Insomma la felicità appar essere
qualcosa di perfetto e di autosufficiente,
essendo il fine delle azioni. Tuttavia, se pur il
dire che la felicità è il sommo bene sembra
qualcosa di ormai concordato, tuttavia si sente
il bisogno che sia ancor detto qualcosa di più
preciso intorno alla sua natura. Potremo
riuscirci rapidamente, se esamineremo
lopera delluomo. Come infatti per il
flautista, il costruttore di statue, ogni
artigiano e insomma chiunque ha un lavoro e
unattività, sembra che il bene e la
perfezione risiedano nella sua opera, così
potrebbe sembrare anche per luomo, se pur
esiste qualche opera a lui propria. Forse dunque
allarchitetto e al calzolaio vi sono opere
e attività proprie, mentre non ve nè
alcuna propria delluomo, bensì esso è
nato inattivo? O piuttosto, come sembra esservi
unopera propria dellocchio, della
mano, del piede e insomma di ogni membro, così
oltre a tutte queste si deve ammettere
unopera propria delluomo? E quale
sarebbe dunque questa? Non già il vivere,
giacché questo è comune anche alle piante,
mentre invece si ricerca qualcosa che gli sia
proprio. Bisogna dunque escludere la nutrizione e
la crescita. Seguirebbe la sensazione, ma anche
questa appare esser comune al cavallo, al bue e a
ogni animale. Resta dunque una vita attiva
propria di un essere razionale. E di essa si
distingue ancora una parte obbediente alla
ragione, unaltra che la possiede e ragiona.
Potendosi dunque considerare anche questa in due
maniere, bisogna considerare quella in reale
attività: questa infatti sembra essere
superiore. Se propria delluomo è dunque
lattività dellanima secondo ragione,
o non senza ragione, e se diciamo che questa è
lopera del suo genere e in particolare di
quello virtuoso, come vi è unopera del
citaredo e in particolare del citaredo virtuoso e
insomma ciò si verifica sempre, tenendo conto
della virtù che viene ad aggiungersi
allazione (del citaredo è proprio il
suonar la cetra, del citaredo virtuoso il
suonarla bene); se è così, noi supponiamo che
delluomo sia proprio un dato genere di
vita, e questa sia costituita dallattività
dellanima e dalle azioni razionali, mentre
delluomo virtuoso sia proprio ciò,
compiuto però secondo il bene e il bello, in
modo che ciascun atto si compia bene secondo la
propria virtù. Se dunque è così, allora il
bene proprio delluomo è lattività
dellanima secondo virtù, e se molteplici
sono le virtù, secondo la migliore e la più
perfetta. E ciò vale anche per tutta una vita
completa. Infatti una sola rondine non fa
primavera, né un solo giorno; così neppure una
sola giornata o un breve tempo rendono la
beatitudine o la felicità.
Etica
Nicomachea, libro I, 7, 1097-98, n Opere,
Roma-Bari, Laterza, 1973, vol. VII, pp. 12-15
|
I piaceri
quindi hanno a che fare con il bene relativo. Il bene
assoluto, il sommo bene, invece, consiste nella
realizzazione della propria natura. Luomo è per
natura un essere razionale, quindi il sommo bene si
identifica con la razionalità, con il pensiero.
| ARISTOTELE
E su
questargomento basti ciò chè stato
detto. Torniamo dunque alla questione del bene,
che cosa esso sia. È evidente che esso è
diverso nelle diverse azioni e arti; diverso
infatti è nella medicina e nella strategia e
così nelle altre. Che cosè dunque il bene
di ciascuna? È forse ciò in vista del quale si
fan le altre cose? Tale è nella medicina la
salute, nella strategia la vittoria,
nellarchitettura la casa, e così di
seguito, è il fine in ogni azione e in ogni
proposito: è in vista di esso che tutti compiono
le altre cose. Cosicché, se vi è un fine di
tutte le cose che si compiono, questo
devessere il bene realizzato; e se vi sono
più fini, questi sono il bene. Così su questa
via il nostro ragionamento ritorna al punto di
partenza. Tuttavia dobbiamo cercare di chiarire
ciò ancor meglio. Poiché dunque i fini appaiono
esser numerosi, e noi scegliamo alcuni di essi
solo in vista daltri, come ad esempio la
ricchezza, i flauti e in genere gli strumenti, è
evidente che non tutti sono fini perfetti mentre
il sommo bene devessere qualcosa di
perfetto. Cosicché, se vi è un solo fine
perfetto, questo è ciò che cerchiamo, se ve ne
sono di più esso sarà il più perfetto di essi.
Noi diciamo dunque che è più perfetto il fine
che si persegue di per se stesso che non quello
che si persegue per un altro motivo e che ciò
che non è scelto mai in vista daltro è
più perfetto dei beni scelti contemporaneamente
per se stessi e per queste altre cose, e insomma
il bene perfetto è ciò che deve esser sempre
scelto di per sé e mai per qualcosa
daltro. Tali caratteristiche sembra
presentare soprattutto la felicità; infatti noi
la desideriamo sempre di per se stessa e mai per
qualche altro fine; mentre invece lonore e
il piacere e la ragione e ogni altra virtù li
perseguiamo bensì di per se stessi (infatti se
anche essi dovessero esser privi di ulteriori
effetti, noi desidereremmo ugualmente ciascuno
dì essi), tuttavia li scegliamo anche in vista
della felicità, immaginando di poter esser
felici attraverso questi mezzi. Invece la
felicità nessuno la sceglie in vista di questi
altri beni, né in generale in vista di qualcosa
daltro. Ma anche dallautosufficienza
sembran provenire gli stessi risultati. Il bene
perfetto sembra infatti essere autosufficiente.
Noi intendiamo per autosufficienza non il bastare
a sé solo di un individuo, che conduca una vita
solitaria, ma anche il bastare ai suoi parenti,
ai figli, alla moglie e infine agli amici e
concittadini, poiché per natura luomo è
un essere politico. Ma qui bisogna porre un
limite; infatti chi si rivolge ai genitori e ai
discendenti e agli amici degli amici procede
allinfinito. Ma questo lo esamineremo in
seguito; per ora definiamo autosufficiente colui
che rende la sua vita a sé bastante e piacevole
e non ha bisogno di nessuno. Tale dunque pensiamo
essere la natura della felicità, cioè il bene
preferibile a tutti, senza che altri elementi gli
si debbano aggiungere. Se infatti così fosse, è
evidente che essa sarebbe suscettibile di
diventar preferibile attraverso laggiunta
di un altro bene, sia pure il più piccolo;
infatti laggiungere dei beni provoca
aumento e, più grande è il bene, più esso è
desiderabile. Insomma la felicità appar essere
qualcosa di perfetto e di autosufficiente,
essendo il fine delle azioni. Tuttavia, se pur il
dire che la felicità è il sommo bene sembra
qualcosa di ormai concordato, tuttavia si sente
il bisogno che sia ancor detto qualcosa di più
preciso intorno alla sua natura. Potremo
riuscirci rapidamente, se esamineremo
lopera delluomo. Come infatti per il
flautista, il costruttore di statue, ogni
artigiano e insomma chiunque ha un lavoro e
unattività, sembra che il bene e la
perfezione risiedano nella sua opera, così
potrebbe sembrare anche per luomo, se pur
esiste qualche opera a lui propria. Forse dunque
allarchitetto e al calzolaio vi sono opere
e attività proprie, mentre non ve nè
alcuna propria delluomo, bensì esso è
nato inattivo? O piuttosto, come sembra esservi
unopera propria dellocchio, della
mano, del piede e insomma di ogni membro, così
oltre a tutte queste si deve ammettere
unopera propria delluomo? E quale
sarebbe dunque questa? Non già il vivere,
giacché questo è comune anche alle piante,
mentre invece si ricerca qualcosa che gli sia
proprio. Bisogna dunque escludere la nutrizione e
la crescita. Seguirebbe la sensazione, ma anche
questa appare esser comune al cavallo, al bue e a
ogni animale. Resta dunque una vita attiva
propria di un essere razionale. E di essa si
distingue ancora una parte obbediente alla
ragione, unaltra che la possiede e ragiona.
Potendosi dunque considerare anche questa in due
maniere, bisogna considerare quella in reale
attività: questa infatti sembra essere
superiore. Se propria delluomo è dunque
lattività dellanima secondo ragione,
o non senza ragione, e se diciamo che questa è
lopera del suo genere e in particolare di
quello virtuoso, come vi è unopera del
citaredo e in particolare del citaredo virtuoso e
insomma ciò si verifica sempre, tenendo conto
della virtù che viene ad aggiungersi
allazione (del citaredo è proprio il
suonar la cetra, del citaredo virtuoso il
suonarla bene); se è così, noi supponiamo che
delluomo sia proprio un dato genere di
vita, e questa sia costituita dallattività
dellanima e dalle azioni razionali, mentre
delluomo virtuoso sia proprio ciò,
compiuto però secondo il bene e il bello, in
modo che ciascun atto si compia bene secondo la
propria virtù. Se dunque è così, allora il
bene proprio delluomo è lattività
dellanima secondo virtù, e se molteplici
sono le virtù, secondo la migliore e la più
perfetta. E ciò vale anche per tutta una vita
completa. Infatti una sola rondine non fa
primavera, né un solo giorno; così neppure una
sola giornata o un breve tempo rendono la
beatitudine o la felicità.
Etica
Nicomachea, libro I, 7, 1097-98, in Opere,
Roma-Bari, Laterza, 1973, vol. VII, pp. 12-15
|
La felicità
per eccellenza delluomo risiede dunque nella vita
contemplativa, cioè nella filosofia.
ARISTOTELE
Se
dunque la felicità è un'attività conforme a
virtù, logicamente essa sarà conforme alla
virtù superiore; e questa sarà la virtù della
parte migliore dell'anima. Sia dunque essa
l'intelletto oppure qualcosa d'altro, che per
natura appaia capace di comandare e guidare e
avere nozione delle cose belle e divine o perché
esso stesso divino o perché è la parte più
divina di ciò che è in noi, comunque la
felicità perfetta sarà l'attività di questa
parte, conforme alla virtù che le è propria.
Che essa sia l'attività contemplativa è stato
detto. E ciò apparirà concordare sia con ciò
che s'è detto prima sia con la verità.
Quest'attività è infatti la più alta; infatti
l'intelletto è tra le cose che sono in noi
quella superiore, e tra le cose conoscibili le
più alte sono quelle a cui si riferisce il
pensiero. Ed è anche l'attività più continua;
noi infatti possiamo contemplare più di continuo
di quanto non possiamo fare qualsiasi altra cosa.
Pensiamo poi che alla felicità debba essere
congiunto il piacere e si conviene che la
migliore delle attività conformi a virtù è
quella relativa alla sapienza; sembra invero che
la filosofia apporti piaceri meravigliosi per la
loro purezza e solidità; ed è logico che il
corso della vita sia più piacevole per chi
conosce che non per chi ancora ricerca il vero. E
l'autosufficienza di cui abbiamo parlato si
troverà soprattutto nell'attività
contemplativa. Infatti è pur vero che dei mezzi
necessari al vivere hanno bisogno sia il
sapiente, sia il giusto, sia gli altri uomini;
tuttavia, una volta che siano stati provvisti
sufficientemente di essi, il giusto ha ancora
bisogno di persone ch'egli possa trattare
giustamente e con le quali esser giusto,
similmente anche l'uomo moderato e il coraggioso
e ciascuno degli altri uomini virtuosi; l'uomo
sapiente, invece, anche da se stesso potrà
contemplare, e ciò tanto più, quanto più è
sapiente; forse è meglio se ha dei
collaboratori, ma tuttavia egli è del tutto
autosufficiente. Inoltre sembra che l'attività
contemplativa sia la sola ad essere amata per se
stessa; infatti da essa non deriva alcun altro
risultato all'infuori del contemplare, mentre
dalle attività pratiche ricaviamo sempre
qualcosa, più o meno importante, oltre
all'azione stessa.
Etica
Nicomachea, libro X, 7, 1177 a-b, in Opere,
Roma-Bari, Laterza, 1973, pp. 262-63
|
[1]
Le parole tra parentesi angolari sono unaggiunta,
necessaria, del curatore Rassow. [ N. d. T.]
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