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PREMIO DI SCRITTURA LOESCHER

“e bello doppo il morire, vivere anchora”

Per gli studenti di scuola secondaria di primo e secondo grado di oggi e di ieri: dagli 11 ai 104 anni

I lavori dei partecipanti


Contributo 24

dopo

Marta non si era accorta del suo sopraggiungere e la padrona di casa osservava con divertita tenerezza la sua ospite, introdotta dalla badante, curiosare in antica-mera.
Differiva il momento in cui sarebbe entrata nella stanza; intanto, le piaceva spiare quello specchio della sua gioventù: la sua alunna, diventata grande, che indagava, credendo di non essere vista, i titoli dei suoi libri. Si divertiva, anche, a indovinarne i pensieri.
Sapeva, per esempio, che riteneva ridicolo quell'ordine alfabetico con il quale aveva da sempre allineato i volumi: così improbabile, così stridente con il disordine che per loro natura il leggere (e lo scrivere, lo studiare) comportano: ma quella goffa ratio era rassicurante, e lei l’aveva eletta a difendersi dalla confusione che invade spesso la mente dei vecchi, quando il tempo ha creato troppi strati, e i ricordi si sfilacciano.
Adesso quell'antico ordine era sopraffatto dalle stratificazioni, dalle dimenticanze, da un’incuria di cui la maggiore responsabile era certamente quella malattia. Non che non fosse più in grado di provvedere alle incombenze quotidiane; ma c’era la memoria, c’erano quei vuoti traditori, quel non trovare più, improvvisamente, gli oggetti, quelle scadenze rimosse…
La ragazza aveva preso in mano un Orazio, lasciato aperto su una mensola dopo la fine di una ripetizione. Forse scorrevano sotto i suoi occhi le parole che lei sottolineava con tanta passione, nelle sue lezioni: Exegi monumentum… ma Marta doveva sentirsi infastidita, ora, da quel trombone augusteo.
Il suo sguardo, infatti, si spostava altrove. Ecco, passava in rassegna la fila degli storici. La ricordava assorta, al liceo, quando spiegava i proemi: l'oblio divora le imprese gloriose degli uomini; ma lo scrittore risarcisce, mette un riparo all’iniquità del tempo. Citava Tasso: Tancredi, Clorinda... le loro gesta, “degne d’un chiaro sol…”
Combattono, e non c’è nessuno che vede: lei morirà, e dopo? Nessuno verrà a saperlo. E invece, no, qualcuno le darà vita, dopo.
La memoria svanisce, ma la poesia restaura; restituisce gli eroi, gli imperi; gli schiavi, i Tersiti, gli ignobili. Rilega i fogli sparsi: tutti, lavandaie e paladini, portalettere e marchesi – vita che si dimentica perché la spugna abrasiva degli anni ci passa sopra senza pietà.
Guardava Marta, e rivedeva la se stessa di prima. Poi si guardava dentro, e c’era solo disordine, ora. Ora che non correva più inseguendo gli impegni, ora che tutti i bilanci erano stati fatti e le aspettative sopite, ora che non c’era più fretta, e poteva persino permettersi di non avere rimpianti. Ora. Ora che la sabbia scorreva nella clessidra con tranquilla lentezza, ora poteva, senza ansia, guardare un'altra sé che frugava nei suoi libri, i ripostigli della sua memoria. Il suo passato era lì, di fronte a lei, ma le voltava le spalle.
Le tornava alla mente Sibilla, che aveva chiesto anni quanti erano i granelli di sabbia che potevano stare nella sua mano; il dio glielo aveva concesso e lei, granello dopo granello, si era logorata in una vecchiaia estenuante, senza più forza. Senza più fede nelle profezie, divorata dal tempo. Pregava il dio che la sabbia passasse veloce, ma Apollo era sordo alle sue suppliche: basta, non voglio vivere vecchia. Voglio morire, voglio morire ti prego…: ma in greco è più bello, lo senti di più lo strazio. Apothanein thelo. Thelo, thelo, thelo: fammi morire, ti prego, fammi morire: non ne posso più di futuro, ridammi il passato, voglio divorarlo, lo voglio bere con la bocca spalancata. Restituiscimi la mia morte.
Ora era lei che avrebbe voluto ingoiarli, quei grani minuscoli; non altra vita, no, che le pareva d’avere vissuto abbastanza: agito, parlato, abbastanza. Era energia che le mancava adesso, voce per parlare, forza di agire, una volta per sempre, e lasciare traccia. Quella sabbia era scorsa nella lunga, bastevole vita donata dal dio. Ciò che voleva era solo un’orma, alla fine. Su una sabbia sottile stampare la cifra di un senso, dopo.


Sandra Occhiuzzo



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