IL MARCHIO LOESCHER: UN OMINO CHE BEVE IL TEMPO E UNA SCRITTA CHE PROMETTE L’IMMORTALITA’



Alcuni insegnanti, e forse qualche studente che usano testi Loescher, avranno notato il logo della casa editrice, la figura di un uomo seduto che pare beva da una clessidra, e una breve scritta che fa da didascalia, “é bello doppo/ il morire, vivere/ anchora...”. Il significato complessivo pare questo: si “beve” il tempo, e non si muore. Ma da dove vengono quell’immagine e quelle parole?

La scritta - un parere di tanti anni fa di uno dei maggiori filologi romanzi del secolo scorso, Gianfranco Folena - è parte di un motto che circolava, con tanti altri e con notevole diffusione (modi di dire prevalentemente arguti, proverbi, frasi di buon senso spicciolo, massime spesso moraleggianti, esortazioni di vario tipo e tono), tra Trecento e Quattrocento, in area centro-meridionale. Indicazioni per situarla in quel tempo e in quei luoghi, sono il raddoppio della “d” nel “doppo” e la permanenza dell’”h” nell’”anchora”. Essa appare anche sul frontespizio “figurato” – una xilografia che mostra l’autore intento allo studio, seduto allo scrittoio, circondato di libri – della Historia Patria di Bernardino Corio, pubblicata a Milano nel 1503: il primato dei libri, che perpetuano il ricordo, vincendo l'oblio della morte.
L’attacco “é bello” è il calco dell’incipit oraziano “Dulce et decorum est...”. Molto comune è la promessa di una vita futura dopo la morte, inusuale però è la via indicata per ottenerla, senza alcun riferimento alla sfera religiosa.

La figura è un po’ più complicata. O meglio, era nota, ma soltanto in una ristretta cerchia di specialisti, e in pratica ben pochi, o nessuno, l’associavano alla Loescher. Per caso l’ho trovata, riprodotta in un saggio di un illustre storico dell’arte, il tedesco Rudolf Wittkower (1906-71), inserito in un volume a più mani, Developments in the Early Renaissance, pubblicato ad Albany (N. Y.) nel 1972.
L’origine della storia ci porta all’antica lingua scritta geroglifica egizia. Praticata e tramandata, anche se in un ristretto gruppo di saggi, per secoli e secoli, all’incirca tra il 2 500 a. C e il 300 d. C., era poi divenuta, prima con la dominazione romana, poi con la diffusione dell’Islam, sempre meno usata e più oscura, sino a perdersi del tutto. Era visibile su alcuni templi, su statue, su obelischi (Roma ne possedeva 42, di cui 11, in età medievale, ancora in piedi): si sapeva fossero iscrizioni, ma non se ne conosceva il significato.
E giungiamo ai primi del Quattrocento, agli inizi di quell’età umanistica che in parte scopriva, in parte leggeva sotto una nuova luce gli autori classici. E alcuni di questi – Plinio, Lucano, Apuleio, Plutarco, Luciano, Diodoro Siculo, Eusebio di Cesarea, Ammiano Marcellino, Macrobio – avevano parlato della civiltà egizia e dei suoi misteri, asserendo che la scrittura geroglifica avesse avuto come suo criterio di base un codice ben preciso, perso nella notte dei tempi. Improvvisamente, nel 1419, quella chiave misteriosa si chiarì, o almeno così parve: in quell’anno, di ritorno da un viaggio in Grecia, un sacerdote fiorentino, Cristoforo Buondelmonti, portava con sé, trovato nell’isola di Andros, un manoscritto (ora alla Laurenziana di Firenze) che passò all’amico Poggio Bracciolini. Era l’Hieroglyphica, opera del IV secolo di tal Orapollo, un autore di cui non si sapeva nulla, traduzione greca di un testo egizio di tal Filippo, ugualmente del tutto ignoto. Il testo era diviso in due parti, una, la più consistente, ove si titolavano, descrivevano, interpretavano e spiegavano, senza riprodurli (il vero studio sistematico del mondo egizio, in primo luogo copiando e classificando i geroglifici, e neppure tutti, soltanto quelli “alti”, trascurando il “corsivo”, il cosiddetto demotico, inizierà con la spedizione di Bonaparte in Egitto, alla fine del Settecento), 189 geroglifici; l’altra, probabilmente un’aggiunta più tarda, forse dell’XI secolo, ove si descrivevano alcuni animali, spiegati, come era diffusissimo a quei tempi, non nel loro aspetto, ma nel loro più nascosto e profondo significato simbolico-teologico. Quello scritto parve la risposta al misterioso, affascinante, ermetico enigma egiziano: ebbe vasta diffusione, e per almeno due secoli nessuno dubitò della sua attendibilità. Nel 1505 Aldo Manunzio ne stampava l’editio princeps; nel 1514 – una prova del prestigio di quell’opera - il dotto umanista Pirckheimer di Norimberga ne offriva all’imperatore Massimiliano un’edizione in latino manoscritta e illustrata dal maggior artista tedesco del tempo, Albrecht Dürer; nel 1547, a Venezia, usciva la prima edizione in italiano. Da quell’edizione, che numerava da 1 a 189 i geroglifici, riproduciamo, come esempi, alcune voci: 1. In qual modo uogliono gli Egittij significare l’età (“Uolendo gli Egittij significare l’età, dipingono il Sole e la Luna... Et ancho in un’altro modo dimostandolo, discriuono un Serpente...”), 2. Come si descriuono il mondo (“Quando uogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mattino...”), 4. Come il mese (“Scriuendo il Mese, pingono un ramo di Palma, ovvero la Luna rovesciata...”), 6. Quando descriuono l’Aquila, che uole significare (“Come uogliono dimostrare Iddio, ovvero altezza, o abbassamento, o eccellenza, o sangue, o vittoria, dipingono un’Aquila, Iddio certamente, per essere questo uccello abbondante e di lunga età”).
Il testo di Pirckheimer è custodito nella sezione manoscritti della Biblioteca centrale di Vienna. Sbagliando – la decifrazione verrà soltanto quasi trecento anni più tardi, con Champollion, su tutt’altre basi, in un certo senso incrociando il significato simbolico con il senso sillabico - credendo cioè che ogni geroglifico rappresentasse, stilizzato, una situazione, un oggetto, un concetto, Pirckheimer e Durer cercarono di “tradurre” quei segni in immagini comprensibili e compiute. Il risultato fu, allo stesso tempo, falso (spiegazioni astruse ma anche troppo semplici) e bellissimo (i disegni). E una di quelle immagini rappresenta proprio l’omino Loescher. È il geroglifico, secondo la numerazione dell’edizione veneziana del 1547, numero 42, A che modo descriuono l’Horoscopo: “Nel dimostrare l’horoscopo, cioè quello che computa l’hore, pingono un’huomo mangiando l’hore, che questo è impossibile, ma perché secondo l’hore gli huomini apparecchiano il cibo”.
Qui potrebbe finire la nostra storia, però risolta non proprio sino in fondo. Resta la curiosità, che forse non avrà mai spiegazione certa, di sapere chi e perché abbia unito – con un buonissimo risultato, perché quel disegno e quella scritta assieme sono molto gradevoli e anche compenetrati l’uno con l’altra – cose così diverse e lontane. Forse fu un’idea di Hermann Loescher, un colto signore naturalizzato italiano che portava nel suo nuovo paese la grande filologia classica tedesca (e qui compare Durer) fondando, nel 1867, a Torino, la sua casa editrice, aprendo poi, a Roma e Firenze (e qui si capirebbe il motto), alcune librerie.

Carlo Cartiglia



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