Storie per riflettere

Tifo e sport

Stefano Benni, La trasferta
S. Benni, Bar Sport, Mondadori, Milano, 1979.

Nell’Italia degli anni Sessanta i tifosi che andavano in trasferta erano degli allegri gitanti con al seguito, talvolta, le loro specialità culinarie. Seguivano la squadra del cuore nelle varie città, portandosi dietro tutto il loro piccolo mondo. Erano lontani i tempi in cui le tifoserie agguerrite e violente avrebbero imposto un clima di paura dentro e fuori gli stadi. L’autore guarda i suoi personaggi con bonaria ironia, ingigantendone i difetti ma seguendoli con occhio affettuoso e pieno di nostalgia per un tempo in cui il gioco del calcio era solo divertimento.

Mi ricordo ancora il giorno della trasferta. A Firenze c’era Fiorentina-Bologna e si decise di noleggiare un pullman. così la mattina puntammo tutti la sveglia alle cinque e mezzo per svegliarci in tempo. Io fui il primo ad arrivare alle otto, e trovai l’autista che dormiva acciambellato nel volante. Dieci minuti dopo arrivò il geometra Buzzi con un thermos pieno di tortelloni burro e oro, la moglie e un bambino che però era venuto solo per accompagnarli in vespa. Buzzi tirò fuori una carta geografica d’Europa, e cominciò a studiare il percorso. Era molto preoccupato perché la moglie aveva un grande terrore delle gallerie, e temeva che si sarebbe buttata giù nel tratto appenninico. […] L’avvocato Della Lana disse «Si va che è un piacere, eh!» E subito forammo tutte e quattro le gomme e quella di scorta esplose come una bomba. Decidemmo di fare una sosta all’Autogrill. Subito ci dividemmo in varie direzioni. Cecconi andò a scrivere «FORZA BOLOGNA» su tutte le auto del parcheggio. Rapezzi partì in direzione dei cessi per andare a rompere tutte le catenelle e Galli cominciò ad andare su e gi ù dalla porta con cellula fotoelettrica finché essa impazzì tagliandolo per il lungo. Noi entrammo tutti per bere qualcosa meno Ferrari che scivolò in cucina per farsi arrostire la gallina. […] Finalmente partimmo e giungemmo al casello: sfortunatamente avevamo sbagliato strada ed eravamo a pochi chilometri dal San Bernardo, cosicché dovemmo sentire la partita per radiolina. L’autista fuggì e rapì Codoni, portandolo nella sua carovana; la moglie di Buzzi sparì con uno dei due pugili e Galli andò metà a trovare dei parenti al Tarvisio e metà senza meta. Tornammo a casa, e proprio alle porte di Bologna Buzzi riuscì a legare gli sci, ma rimase impiccato a uno striscione della Fiera Campionaria. Erano le tre di notte. Il Bologna perse sei a zero dopo essere stato lungamente in vantaggio.
 

Proposte di lavoro

  • In questo brano è descritto con ironia un gruppo di tifosi in trasferta. Rintraccia nel testo le frasi che meglio li rappresentano.
  • Certe trasmissioni sportive servono a infiammare gli animi più che a capire le questioni sportive. Ritieni che ciò sia semplicemente un modo, a volte pessimo, di fare spettacolo? Discutine con i tuoi compagni.

     

Alessandro Salvini, Il tifoso violento
A. Salvini, Il tifoso violento, in «Psicologia contemporanea», n. 68, Giunti Editore, Firenze, 1985.

Nel 1895 lo psicologo Gustave Le Bon considerava la folla (massa) come una minaccia per l’individuo stesso. Infatti, nonostante le differenze di carattere, di intelligenza e di modo di vivere, quando gli individui si raggruppano e si trasformano in massa, acquisiscono un’anima collettiva che li fa pensare e agire in modo diverso da come agirebbero e penserebbero individualmente. Il comportamento dei tifosi allo stadio conferma tutto ciò: osservandoli, si riconoscono i tratti di individui non più in grado di agire ciascuno secondo la propria volontà, ma dominati dalla forza e dalla violenza che il gruppo impone. Al di là di questa interpretazione, valida in ogni tempo, la figura dei tifosi violenti è sostanzialmente cambiata dagli anni Cinquanta ad oggi: da spettatori seppur rissosi e passionali, partecipi e protagonisti di un rito e di un gioco con un già forte impatto sociale, di uno spettacolo che coinvolge i tifosi meno arditi e meno giovani, i tifosi si sono trasformati oggi nei teppisti dello stadio, oggetto di allarme sociale e di dura condanna.

Esiste una sostanziale identità tra le intemperanze del tifo degli anni Cinquanta e quello d’oggi? Sembra di no. Difatti la lettura dei resoconti denuncia in Italia, ma anche in altri paesi, un progressivo distacco del tifo violento dagli avvenimenti del campo di gioco e dagli esiti della partita. […] Gli effetti possono sembrare simili ma il contesto e il significato del tifo violento sono cambiati. Non più episodico, legato alle vicende della partita, oggi esso tende ad avere una propria autonomia e a reclutare i propri protagonisti tra le fasce di spettatori più giovani, oscillanti fra i 13 e i 25 anni, informalmente raggruppati in club di ultras. Tifosi ad alto rischio di devianza che non fanno un mistero della loro appartenenza ad una «tifoseria» potenzialmente aggressiva. […]

La costruzione dello stereotipo del «tifoso teppista» trasformando un giudizio morale in un insieme di attributi di personalità contribuisce, paradossalmente, a creare i caratteri dell’«eroe negativo ». Il processo di etichettamento, ufficializzando l’immagine del tifoso «forte», «duro», «passionale », «temuto», «giusto», «solidale», ecc. ha due effetti: a) aumenta la probabilità che tale immagine si diffonda; b) accresce e conferma l’importanza di un ruolo trasgressivo, nella vita di un giovane ed agli occhi degli altri, seppure limitato al ruolo di tifoso ultras. Cosa che induce ad un’identificazione con le attribuzioni e le aspettative connesse con tale ruolo. È possibile dire a questo proposito che chi entra nel ruolo di tifoso ultras trova un’identità già predisposta con il suo corredo di norme, valori e ragioni. Per cui il giovane tifoso, peraltro spinto dai suoi bisogni di significazione sociale e di affiliazione, dovendo scegliere un abito di «comportamento », farà proprie quelle regole e quelle immagini di condotta espressiva, attraverso cui potrà meglio vedere confermato il proprio sé. Durante un’intervista un ragazzo ultras ci ha detto: «è meglio essere tifosi d’assalto e cattivi piuttosto che nessuno». […]

Dall’analisi dei resoconti da noi raccolti è emerso un «tifoso ultras» che è incline all’atto violento, di fronte all’esigenza di ristabilire l’autostima e il proprio potere minacciato. La necessità di «salvare la faccia» s’impone suo malgrado, quando l’insulto, la provocazione, la drammatizzazione ostile, non vengono presi come veri dal tifoso avversario. Oppure quando il tifoso avversario prende troppo sul serio le minacce, gli insulti, le provocazioni, fraintendendo l’elemento rituale della comunicazione. Per cui l’esigenza morale di essere all’altezza del personaggio rappresentato impone, al tifoso ultras, il costante rischio di vedersi costretto a passare all’atto aggressivo. […] Appare sempre più evidente che l’analisi dei comportamenti devianti, come nel nostro caso quello dei tifosi ultras, debba prendere in considerazione il significato morale che essi danno ai loro atti in rapporto alle situazioni. […] I risultati sono già di per sé indicativi, evidenziando […] l’esigenza del tifoso ultras di ristabilire attraverso l’azione diretta e contingente un senso di giustizia morale che egli ritiene violato: decisione arbitrale scorretta, oppure affermazioni ingiuste da parte della stampa sportiva, conflittualità ricca di contenziosi polemici con altri gruppi di tifosi, ecc. Situazioni in cui la «moralità» diventa un valore interpersonale che deve essere affermato, anche in contrasto con le regole della organizzazione sociale su cui si regge lo spettacolo sportivo. […] In altre parole i tifosi ultras sembrano perdere di vista l’elemento di finzione, di gioco, di accordo spazialmente e temporalmente circoscritto, tipico dello spettacolo calcistico. Essi sembrano presi e trascinati da un imperativo morale, quello di partecipare ad atti di giustizia. Appare così ricca di senso (e non insensata) l’affermazione di quel giovane tifoso che ci ha detto: «si va allo stadio come alla guerra, a stabilire chi ha torto e chi ha ragione!». […] Il comportamento dei tifosi ultras può essere considerato simile a quello di un gruppo di spettatori di un dramma teatrale. Pubblico che, dimentico dell’elemento socio-convenzionale su cui si regge lo spettacolo, si metta a lanciare oggetti o a salire sul palcoscenico, magari in difesa di un personaggio minacciato dal cattivo di turno.
 

Proposte di lavoro

  • Soffermati a riflettere su questa affermazione di un tifoso riportata nel brano «Il tifoso violento»: «si va allo stadio come alla guerra, a stabilire chi ha torto e chi ha ragione!». Scrivi un breve commento, eventualmente anche alla luce di tue dirette esperienze.
  • Dopo aver visto il film Ultrà, fai il confronto con il tifo presentato nel primo brano. C’è una escalation di violenza che fa paura: come riuscire ad arginarla? Come riuscire a riportare lo sport nel suo ambito più autentico che non ha niente a che vedere con la violenza? Discuti.
  • Il Parlamento italiano ha varato nuove leggi per frenare il teppismo e la violenza, negli stadi. Discuti con i tuoi compagni sulla opportunità o meno di queste leggi che sono state variamente interpretate, appoggiate o contrastate da gruppi politici e grandi club.
  • Negli ultimi anni negli stadi sono apparsi striscioni e si sono sentiti ripetutamente cori razzisti. Tutti si dicono contrari ma pochissimi personaggi sportivi di rilievo hanno fatto qualcosa, al di là di una generica dissociazione. Quando accadono queste cose, la prima domanda da porsi è, citando Cicerone: «a chi giova?» Discutine con i tuoi compagni.
  • Il tifo può essere, se mantenuto nei giusti limiti, un momento di aggregazione e di gioia, soprattutto negli sport in cui «girano meno soldi». Tu come la pensi in proposito?
  • Dopo aver letto i brani e visto il film proposto, hai materiale sufficiente per fare qualche riflessione. Scrivi un breve testo sull’argomento: «Tifo e violenza». Confronta le tue opinioni con quelle dei tuoi compagni, prepara una lettera da inviare a un giornale o alle autorità preposte.
  • Tifo violento e disagio giovanile sono un binomio di grande attualità. Partendo dalle tue esperienze personali e da quanto vedi alla televisione o leggi sui giornali, scrivi un breve testo, di tipo giornalistico, nel quale descrivi certi atteggiamenti e indichi quelle che, secondo te, ne sono le cause scatenanti.

     

Il Manifesto dello sport

Tratto dal supplemento a «L’Osservatore Romano» n. 252, 29 ottobre 2000.

Lo sport è uno dei fenomeni rilevanti del nostro tempo. Coinvolge innumerevoli persone in ogni paese del mondo e si sviluppa ogni giorno di più. Praticato direttamente o vissuto come spettacolo, se opportunamente orientato, costituisce una grande risorsa a disposizione della persona umana e della collettività poiché è in grado di svolgere importanti funzioni:

  • ludica, in quanto si propone come mezzo per sprigionare creatività, gioia, gratuità nella fruizione del tempo libero, sia individuale che collettiva;
  • culturale, perché contribuisce ad una più approfondita conoscenza delle persone, del territorio e dell’ambiente naturale;
  • sanitaria, poiché concorre a preservare e migliorare la salute di ogni persona;
  • educativa, perché favorisce un’equilibrata formazione individuale e lo sviluppo umano a qualsiasi età;
  • sociale, in quanto intende promuovere una società più solidale, lottare contro l’intolleranza, il razzismo e la violenza, operare per l’integrazione degli «esclusi»;
  • etico-spirituale, perché, nel perseguire i valori morali, vuole contribuire allo sviluppo integrale della persona; religiosa, perché, sviluppando appieno le potenzialità della persona, aiuta ad apprezzare sempre più la vita, che per i credenti è dono di Dio.

Lo sport sa parlare alle persone con un linguaggio semplice per dire cose importanti:

  • che occorre impegnarsi a fondo per realizzare le proprie mete ed aspirazioni, senza tuttavia cadere nel culto della perfezione fisica;
  • che bisogna prendere coscienza dei propri limiti e capacità;
  • che si deve resistere alla tentazione di arrendersi alle prime difficoltà;
  • che la vittoria e la sconfitta fanno parte della vita e quindi bisogna saper vincere senza ambizione, prepotenza e umiliazione dell’avversario, e bisogna saper accettare la sconfitta con la consapevolezza che non si tratta di un dramma irreparabile e che la vera vittoria ciascuno la ottiene dando il meglio di se stesso;
  • che qualunque competizione deve svolgersi nell’osservanza delle regole, nel rispetto degli altri e senza esasperazioni.

Noi crediamo che oggi le funzioni e le potenzialità dello sport debbano essere salvaguardate e rafforzate, a fronte dell’apparire di fenomeni nuovi che mettono in causa l’etica ed i principi dello sport. Lo sport non può diventare elemento ulteriore di divisione tra ricchi e poveri, tra forti e deboli, né la corsa al guadagno e alla vittoria possono privare lo sport dei suoi valori morali. La ricerca e l’addestramento di nuovi talenti tra i minori non possono avvenire nella violazione dei diritti fondamentali dei fanciulli e dei ragazzi: diritto al gioco, all’istruzione, ad una vita serena in ambito familiare. Non è lecito alterare la natura dello sport ricorrendo a prodotti, pratiche e comportamenti che attentano alla salute dell’atleta e falsano il risultato in maniera sleale e ingiusta. Né lo sport dev’essere appannaggio dei soli paesi ricchi e questi non devono imporre il loro modello sportivo ai popoli economicamente meno sviluppati, né si devono usare le periferie del mondo come riserve per lo sfruttamento di giovani promesse. Noi vogliamo uno sport che:

  • abbia come centro e riferimento costante la dignità della persona umana, e la salvaguardia della sua integrità fisica e morale;
  • consenta la scoperta di ideali e l’esperienza di valori che migliorino la qualità della vita personale e sociale;
  • si sviluppi in modo da conservare sempre, anche nelle sue espressioni agonistiche più alte, quando costituisce carriera e professione il carattere di confronto leale e gioioso, di incontro amichevole e aperto alla comprensione e alla collaborazione;
  • si esprima in forme armonicamente rispettose dei bisogni e delle possibilità psicofisiche di ciascuno, anche in rapporto alle differenti età, senza escludere o emarginare i più deboli e i più poveri, come gli anziani o i diversamente abili;
  • cooperi efficacemente ad affermare una cultura della pace, dell’avvicinamento tra i popoli e del dialogo tra le nazioni.

Noi, a nome di atleti, dirigenti e tecnici del movimento olimpico, qui riuniti in occasione del «Giubileo degli Sportivi» del 29 ottobre 2000, ci impegniamo affinché lo sport sia promosso, organizzato e vissuto in modo da:

  • essere – soprattutto per i bambini, i ragazzi ed i giovani – scuola di democrazia, partecipazione e solidarietà;
  • contrastare ogni forma di discriminazione, intolleranza e violenza, contribuendo ad abbattere i pregiudizi e sconfiggere forme degenerate di nazionalismo;
  • rifiutare ogni forma di esasperazione e di sfruttamento, e qualsiasi pratica che possa subordinare la persona umana agli interessi economici e alla ricerca dei risultati;
  • rispettare e valorizzare l’ambiente. Ai Governi nazionali, alle istituzioni internazionali, al movimento olimpico e a tutte le organizzazioni sportive chiediamo di far proprio questo Manifesto, impegnandosi a divulgarlo e a realizzarne le aspirazioni, facendone la base per lo sviluppo dello sport del Terzo Millennio.
     

Proposte di lavoro

  • Dopo aver letto con attenzione il brano, discuti i punti, secondo te, più importanti di questo Manifesto dello sport. Crea una tabella sulla quale segnare ciò che approvi e ciò che disapprovi di questo documento. Poi fai un confronto con il lavoro dei tuoi compagni.
  • Scrivi, con i tuoi compagni, un «manifesto», in dieci punti sullo sport in generale.

     

Sport e letteratura

David Storey, Il campione
D. Storey, Il campione, Feltrinelli, Milano, 1962.

Il romanzo Il campione, ambientato nel mondo sportivo, ha come protagonista un campione di rugby al tramonto. La violenza, lo scontro fisico, fanno parte di questo sport, ma per il protagonista, un piccolo idolo di folle paesane, è stata l’occasione per sfuggire a un’esistenza misera e a un lavoro predestinato in un distretto minerario del Nord Inghilterra. Il linguaggio stesso è di un realismo crudo e rude: è l’altra faccia dello sport, quello povero, nel momento del malinconico declino di un atleta.

Ho giusto il tempo per un ultimo scatto. L’effetto della benzedrina è finito. Corro per metà campo zigzagando con la palla fra le mani, con delle finte che non ingannerebbero nemmeno un ragazzino. Placcato finisco a terra, passo la palla, poi mi metto in disparte fino al fischio di chiusura. Usciamo quasi in fila indiana. La folla si apre in mezzo come un sipario nero per defluire verso le uscite principali alle due estremità. [...] Il cuoio sfioccò nelle mie mani protese. Corsi dritto sull’uomo. «Dai, Art!» urlava Maurice dietro di me. Lo investii, lo travolsi, gli camminai sopra e irruppi libero in un buco. Un dolore sordo mi trafiggeva la testa in contemporanea con ogni passo. Un braccio mi abbrancò alla vita, scivolò, mi cinturò di nuovo, e un pugno si sprofondò nel collo. Me lo trascinai dietro. Allora un altro mi prese intorno al naso e agli occhi, con le dita che esploravano dove far male, forzandomi a cadere in ginocchio. Arnie prese la palla e con il suo grido trionfale di ragazzo si lanciò nella confusione di sangue e di uomini, col suo corpo che cercava, come un tentacolo, un’apertura. Corse dieci metri al grido della folla, poi cadde nel mare di membra. Io stavo ancora in ginocchio, assorto in una strana rassegnazione. I denti posteriori mi battevano mentre mi tiravo su, le mani mi tremavano dal freddo, e mi disprezzavo per non provare odio contro l’uomo che m’aveva lacerato la narice. M’ero assuefatto a tutto ormai. Dieci anni di tutto questo, dieci anni di folla: bastava facessi un errore, un minimo errore soltanto, perché l’intera tragedia del vivere, dell’essere vivi, entrasse nella gola della folla e muggisse il suo dolore come un animale mutilato. Il grido, la rabbia della folla, echeggiò in alto e riempì la valle.
 

Proposta di lavoro

  • Il mondo dello sport è tradizionalmente frequentato da atleti maschi, anche se nelle gare di atletica leggera – o in altre specialità – vi è una consistente presenza femminile. Tuttavia, certe discipline fondate su forte competizione ed aggressività, come boxe, rugby, ciclismo, canottaggio, risultano ancora di predominio maschile. Rarissima è la presenza femminile nel mondo dei motori. Pensi che possano e debbano esistere sport diversificati o che ci possa essere una interscambiabilità tra questi due mondi?
  • Il rugby è uno sport nato e praticato nel mondo anglosassone, anche se in Italia sta prendendo campo ed ha un suo pubblico. Conosci i meccanismi del gioco e le associazioni italiane più importanti?
  • Basandoti su questo brano, ritieni ci possa essere un’intrinseca propensione alla violenza? Prepara un testo scritto per confermare o confutare questa ipotesi.
  • Il rugby europeo, rispetto al football americano, è uno sport dove tattiche e schemi di gioco sono predominanti rispetto allo scontro fisico. Ciò si riflette anche nell’abbigliamento meno «sofisticato» e con meno protezioni. Fai una ricerca sulle principali differenze nei regolamenti dei due sport, con particolare attenzione alle norme che consentono un gioco più o meno violento.

     

Giorgio Bassani, Giocare a tennis nel giardino dei Finzi-Contini
G. Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Einaudi, Torino, 1962.

A metà degli anni Trenta nel giardino dei Finzi-Contini si consumano pigre partite a tennis sullo sfondo di una Ferrara provinciale e sonnolenta, toccata, seppur marginalmente, dal problema razziale: ci sono però già piccoli, ma inquietanti segnali anticipatori della tragedia che verrà. La borghesia ebrea, moderna e sportiva, sembra essere perfettamente integrata nel mondo fascista, inconsapevole di quello che l’aspetta. Sono figure indimenticabili Micol, Alberto e Giorgio, destinati a essere travolti da un tragico destino; ma il vero protagonista, immobile e silenzioso, è l’immenso giardino con il suo campo da tennis.

Ma il campo di tennis non era «degno», e inoltre, essendo unico, obbligava a turni di riposo troppo lunghi. Così alle quattro in punto di ogni pomeriggio ecco spuntare invariabilmente Perotti [il maggiordomo] col collo taurino teso e rosso per lo sforzo di reggere nelle mani guantate un grande vassoio d’argento. Era stracolmo, il vassoio: di panini imburrati all’acciuga, al salmone affumicato, al caviale, al fegato d’oca, al prosciutto di maiale; di piccoli vol au vent ripieni di battuto di pollo misto a besciamella, di minuscoli burrìcchi usciti certo dal prestigioso negozietto cascèr che la signora Betsabea conduceva da decenni.

[…] Fu così che cominciarono, quasi sempre per ingannare le attese fra una partita e l’altra, le nostre lunghe scorribande a due. La bicicletta era indispensabile se volevo farmi un’idea abbastanza chiara dell’insieme. Il giardino era grande un «dieci ettari» e i viali, tra maggiori e minori, sviluppavano nel loro complesso una mezza dozzina di chilometri. […] Stavano giocando laggiù nel campo di tennis, Micòl contro un giovanotto in calzoni bianchi, lunghi; i due, smesso di palleggiare, cominciarono a sbracciarsi in grandi gesta, con le racchette levate. Non erano soli, però, c’era anche Alberto […]. Frattanto avevamo preso posto su due sedie a sdraio collocate all’ingresso laterale del campo, in ottima posizione per seguire lo svolgimento del gioco. Diversamente dall’autunno scorso, Micòl non era in shorts. Portava una gonna di lana bianca pieghettata, molto vecchio stile, una camicetta anch’essa bianca con le maniche rimboccate, e strane calze lunghe di filo candido, quasi da crocerossina. Tutta sudata, rossa in viso, si accaniva a lanciare le palle negli angoli più remoti del campo, forzando i colpi.
 

Proposte di lavoro

  • Rifletti sulla situazione italiana alla fine degli anni Trenta. L’emanazione delle leggi razziali, fortemente volute da Hitler e supinamente accettate dal fascismo, ebbe conseguenze drammatiche nel lavoro, nella scuola, nello sport, nella vita di tutti i giorni per migliaia di ebrei che vivevano perfettamente integrati nella società italiana. Scrivi un breve testo sull’argomento.
  • In passato a ogni sport corrispondeva una tenuta, simbolo di appartenenza a una ben precisa classe sociale. Ad esempio per il tennis era previsto un abbigliamento di colore esclusivamente bianco. Oggi non è più così: l’abbigliamento sportivo è diventato di uso quotidiano. Fai una breve ricerca sull’abbigliamento sportivo e sulla sua storia.

     

Sport e doping

Jovanotti (Lorenzo Cherubini), Perché lo fai?

La droga è un problema che può essere affrontato da vari punti di vista: storico, sociale, antropologico. Certamente non bastano due letture a poter definire un argomento così complesso. Dalle parole di due personaggi così diversi come Jovanotti e Carlo Petrini, appare in tutta la sua forza l’inutilità e il seducente pericolo di tali sostanze.

Io riempirei questa pagina sempre con la stessa domanda, quella c...... di domanda che cantava Masini in quella canzone allucinante di qualche anno fa… «perché lo fai» ma questo non dovrebbe avere il tono retorico che prevede già nella domanda una esortazione del tipo «non lo fare!!!» Perché lo fai? È tutto qui, basterebbe una risposta a questa domanda e poi uno è libero di fare quello che vuole, basterebbe una risposta sensata a questa domanda, ma perché uno sia in grado di dare una risposta a questa domanda non si può essere da soli. Il fatto è proprio che oggi la droga si usa da soli e se si usa in gruppo si è comunque da soli, si è in branco e non in gruppo, e c’è una bella differenza. […] E allora la domanda rimane, e la droga pure, e si usa la droga senza sapere perché, partecipando al grande rito che ci vuole tutti uguali, in fila attraverso quei passaggi imposti da chi ha interesse che i ragazzi si droghino, si droghino di tutto, di qualsiasi cosa che in qualche modo li faccia credere di essere qualcos’altro, di qualsiasi cosa che dia l’illusione che esista al di fuori di sé quello che li può rendere migliori agli occhi del mondo e di se stessi. Ci si droga di c.......te di vestiti, di merendine, di medicine, di pubblicità, di pasticche, di canne, di che ne so, ci si droga e basta, per sudare ci si droga, per parlare ci si droga, per essere più sciolti ci si droga, per sentirsi adeguati ci si droga, per non sentirsi soli ci si droga, per sentirsi uguali agli altri ci si droga, per sentirsi diversi dagli altri ci si droga, ubbidendo come militari a questo mondo che per ogni occasione offre una soluzione preconfezionata, di facile consumo, abbastanza proibita da darti il senso di fare qualcosa di eccezionale. […]

Bisogna combatterlo questo mondo, bisogna cercare di essere liberi, bisogna chiederci perché siamo attirati da qualcosa, bisogna lasciarci andare ai nostri desideri veri, bisogna cercare il senso delle cose che non si pagano, bisogna cercare di riconoscere chi ci ama, bisogna tenersi in forma fisicamente, lasciarci andare al ritmo, emozionarsi con i colori, sperimentare metodi naturali per raggiungere stati di benessere dell’anima […]. Bisogna combatterlo questo mondo che ci racconta continuamente bugie e ce le fa credere, ci allontana dai nostri desideri sostituendoli con desideri omologati buoni per tutti. Bisogna violare le regole, bisogna violare tutte le regole fatte per tenere tutto immobile perché i ragazzi si droghino e non rompano i c.......ni fino a che saranno abbastanza rimbambiti da pensare che niente può cambiare, fino a che il cinismo non li abbia fatti suoi, fino a che non siano assuefatti al sistema.
 

Proposte di lavoro

  • I motivi che portano i giovani alla droga, vengono elencati da Jovanotti con precisione. Tu sei d’accordo? Discutine con i tuoi compagni.
  • «Bisogna tenersi in forma fisicamente». Ecco uno dei modi per tenersi lontano dalla droga. Uno e non l’unico, ma certamente molto importante. Scrivi un breve testo su questo argomento.
  • Cosa intende Jovanotti per «violare tutte le regole»? A quali regole si riferisce? E, una volta violate, cosa è necessario fare? Scrivi un breve testo.

     

Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone
C. Petrini, Nel fango del dio pallone, Ed. KAOS, Milano, 2000.

Il brano è tratto da un’autobiografia scritta da un famoso calciatore degli anni Settanta: Carlo Petrini. Senza mezzi termini e senza finzioni, racconta dettagliatamente il mondo del calcio di quegli anni: droga, sesso, partite truccate. Un mondo malato da cui l’autore esce, dopo una breve carriera segnata anche dall’accusa di aver partecipato al calcio-scommesse truccato, solo e profondamente deluso.

In ritiro Ghezzi e Viviani incominciarono a parlare della necessità che noi giocatori facessimo delle punture, delle «iniezioni ricostituenti» per migliorare il nostro rendimento atletico in campo. […] Ghezzi preparava un liquido, se lo faceva iniettare e osservava su di sé le reazioni; a volte modificava la composizione del liquido. […] Il medico del Genoa non ne sapeva niente: queste punture ci venivano fatte di nascosto da lui. Se qualcuno di noi giocatori le avesse rifiutate, avrebbe perso il posto in squadra e avrebbe fatto la figura del vigliacco. Nessuno di noi giocatori titolari si sognava di rifiutare quelle iniezioni perché effettivamente non sembravano nocive e aumentavano davvero il nostro rendimento atletico in campo. […] Di quella faccenda noi giocatori non dovevamo parlarne con nessuno, neanche in famiglia, per nessuna ragione. […] Nel giro di poche settimane quelle «punture ricostituenti» diventarono una regola nello spogliatoio del Genoa. […] Una domenica dei primi mesi del ’67, alla fine di una partita che giocammo allo stadio di Marassi, rientrando negli spogliatoi vidi Giuliano Taccola, la nostra ala destra, che, disteso sul lettino nello stanzone dell’infermeria, si contorceva, pallido come un cadavere. Nessuno di noi pensò alle punture, erano diventate una tale normalità che per noi era come fare i massaggi e la doccia. Taccola morirà tre anni dopo, a 26 anni, e non si saprà bene perché. […] Quando Emmerich tornò in campo pensammo che si fosse ubriacato. Aveva la faccia stravolta, si muoveva a scatti. Ad un tratto diventò una furia: cominciò a correre come un matto, si arrampicava sulla rete, aveva reazioni esagerate a qualunque stimolo, era fuori di sé. Poi, dopo un contrasto aereo, piombò a terra come un sacco vuoto, e restò immobile con le pupille rivolte all’indietro, la faccia da cadavere. Noi ci spaventammo: lo portammo a braccia negli spogliatoi, con molta cautela: non dava segni di vita. […] Rimaneva da superare lo scoglio del controllo antidoping, ma per quello eravamo attrezzati bene. Prima della partita l’urina «pulita» di alcuni dei giocatori genoani, che stavano in panchina, era stata messa dentro cinque perette da enteroclisma: il massaggiatore aveva poi nascosto quelle cinque perette in una doppia tasca dentro i nostri accappatoi, con la punta che da una fessura sporgeva dall’interno dell’indumento: bastava una leggera pressione e dal beccuccio della peretta usciva l’urina «pulita» che riempiva il flacone dell’antidoping. Un’operazione facile facile, anche perché nella saletta dell’antidoping non c’era nessun tipo di controllo.
 

Proposte di lavoro

  • Sport e droga: scrivi un breve testo riflettendo su questo argomento.
  • Petrini fa nome e cognome di un suo compagno che, dopo aver fatto uso di sostanze dopanti, è morto. È una storia che è tornata alla luce, dopo molti anni, in seguito a una serie di altre morti sospette, e non solo nel mondo del calcio. Fai una ricerca su questo argomento.
  • Esamina e spiega il diverso atteggiamento di Jovanotti nei confronti della droga e di Petrini nei confronti del doping. Secondo te a cosa è dovuto?
  • L’uso di sostanze proibite non è solo nel mondo del calcio: basti pensare al ciclismo e al nuoto. Ma questo avviene solo a livello agonistico o anche fra i dilettanti? Sai qualcosa in proposito?

     

Sport e razzismo

Stefano Jacomuzzi, Picchia, Joe!
S. Jacomuzzi, Storia delle Olimpiadi, Einaudi, Torino, 1976.

Quando una gara perde il suo valore di incontro per misurare le proprie forze e le proprie capacità, diventa semplicemente un mezzo per schiacciare l’altro, ad ogni costo. Nel secondo dopoguerra lo sport fu spesso occasione di scontro tra ideologie per sostenere la superiorità di una nazione, di una razza sull’altra. Il brano proposto è, in tal senso, esemplare.

Per intendere come lo sport potesse divenire, specie in quegli anni, un segno della storia e travolgesse i suoi protagonisti, basta uscire dal solco strettamente olimpico e ricordare l’agghiacciante spettacolo che il 22 giugno del 1938 offriva il Yankee Stadium di New York in occasione dell’incontro tra il negro Joe Louis e l’ariano tedesco Max Schemeling. Due anni avanti, poco più di un mese prima dell’inizio delle Olimpiadi, Schemeling aveva messo al tappeto il giovane Louis. Tra quell’incontro e la rivincita (Louis era diventato nel frattempo campione del mondo e metteva la sua cintura in palio contro il tedesco) c’erano state faccende poco pulite da parte degli organizzatori e Schemeling si era messo a sputare contro quel «lurido negro», quello «sporco ebreo» di Mike Jacobs, l’organizzatore dell’incontro, o, almeno, la stampa di Goebbels [gerarca nazista, ministro della propaganda del Terzo Reich, n.d.r.] gli aveva fatto dire questo ed altro. La partenza di Schemeling per gli Stati Uniti era stata salutata come la discesa del guerriero che andava a punire un sudicio negro… All’ultimo, anche Roosevelt si era lasciato prendere la mano e si era detto pubblicamente orgoglioso di appartenere alla stessa nazione cui apparteneva Joe. Altra partita si giocava sulle teste dei due atleti, certo più grossa di loro. «Max Schemeling fu l’unico uomo che il Bombardiere Nero abbia odiato» scrisse in un ricordo apparso sul «New York Times» dieci anni dopo, il 26 giugno 1947, Arthur Daley. «Non era un odio comune. Quando il pupillo di Hitler diede a Joe Louis il suo unico k.o. e la sua unica sconfitta, stupidamente attribuì il suo successo alla supremazia intrinseca della razza dominante. Lo “Scuotitore” non lo dimenticò mai. Anche dopo che Joe ebbe schiacciato Schemeling con il pi ù terrificante assalto mai perpetrato in un ring, continuò a ruminarvi intorno. […] Herr Max era andato al tappeto, ai suoi piedi in due minuti e quattro secondi. Ah, che metodico, spietato scoppio era stato! Louis bombardò il suo avversario finché il “Bianco Ulano” lanciò un vero grido d’agonia, un involontario, agghiacciante sospiro di dolore. In tutta la storia dello sport non c’era mai stato tanto spettacolo di selvaggia crudeltà». E, aggiungiamo, negli spettatori di allora rimase fermo e terribile nella memoria l’urlo che quasi unanime si alzò dai sessantamila quando l’arbitro Arthur Donovan invitò il negro americano e il tedesco alla lotta: «Picchia, Joe! Massacra il maiale nazista!».
 

Proposte di lavoro

  • La boxe non è certo uno sport non violento, può però trasformarsi in un massacro se al giusto agonismo si sostituisce l’odio. «Massacra il maiale nazista!» dice l’arbitro dell’incontro; razzismo quindi non a senso unico, ma tale da travolgere nella sua irrazionalità anche personaggi al di sopra di ogni sospetto.
  • Prova a trattare l’argomento in un breve testo scritto. Pensa ai cori razzisti, agli striscioni vigliaccamente offensivi che sono apparsi in certi stadi in tempi recenti. Perché appaiono proprio ora? Che cosa possono significare?

     

La UEFA contro il razzismo

È entrato in vigore il nuovo codice disciplinare della FIFA contro gli atti di razzismo e di discriminazione negli stadi di calcio. Secondo il nuovo codice chi umilierà o discriminerà altre persone, attentando alla dignità umana per via della razza, lingua, religione o origine etnica sarà punito con cinque giornate di squalifica. Nel caso dei tifosi, le sanzioni prevedono la proibizione dell’ingresso allo stadio e il pagamento di una multa. Le società potranno essere punite giocando partite «a porte chiuse».

Il piano, redatto nel 2002 dalla rete Europea Football Against Racism in Football (FARE), fu raccomandato dalla UEFA alla «famiglia» del calcio europeo, in particolare alle società di calcio, come linea di condotta nella campagna per combattere il razzismo fuori e dentro gli stadi. L’allora presidente UEFA L. Johansson e il capo esecutivo G. Aigner scrissero alle comunità europee di calcio chiedendo l’urgente applicazione di 10 punti per aiutare chi è coinvolto nel gioco a combattere il razzismo e l’intolleranza. Il piano comprende una varietà di misure che le società possono adottare. Queste includono tra l’altro azioni disciplinari contro gli spettatori e i giocatori protagonisti di comportamenti razzisti.

I 10 punti del piano:

  1. Preparare una dichiarazione in cui si afferma che le società di calcio non tollerano il razzismo, denunciando le azioni che verranno prese contro quanti saranno protagonisti di canti razzisti. La dichiarazione dovrebbe essere stampata in tutti i programmi delle gare ed esposta in maniera visibile e permanente in tutti i campi da gioco.
  2. Fare dei pubblici richiami durante le partite condannando i canti razzisti.
  3. Mettere una condizione per i possessori di abbonamenti, in cui si esplicita che non dovranno prendere parte a comportamenti razzisti.
  4. Fare azioni per prevenire l’aumento di letteratura razzista dentro e fuori gli stadi.
  5. Intraprendere delle azioni disciplinari contro i giocatori protagonisti di comportamenti razzisti.
  6. Contattare altre società di calcio per adottare politiche comuni nei confronti del razzismo.
  7. Incoraggiare una strategia comune fra i responsabili della sicurezza e la polizia per combattere comportamenti razzisti.
  8. Rimuovere tutte le scritte razziste dai campi di gioco come misura urgente.
  9. Adottare una politica di pari opportunità in relazione alla scelta del personale impiegato e ai servizi di assistenza forniti.
  10. Lavorare con tutti quei gruppi e associazioni, come il sindacato dei giocatori, i club dei tifosi, le scuole, le organizzazioni volontarie, i gruppi giovanili, gli sponsor, le autorità locali, il commercio locale e la polizia, per sviluppare programmi attivi e fare progressi nell’acquisizione di una consapevolezza per eliminare la discriminazione e comportamenti razzisti.

A questo proposito riportiamo il testo successivamente approvato dalla Federazione italiana giuoco calcio:
«Art. 1 – Qualora il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio designato dal Ministero dell’Interno ritenga che uno o più striscioni esposti dai tifosi, costituenti incitamento o apologia della violenza o della discriminazione razziale, rappresenti fatto grave con carattere di reato, e conseguentemente intenda ordinare di sospendere o non iniziare la partita, si rivolgerà al quarto uomo o all’assistente dell’arbitro per chiedere all’arbitro di non iniziare o sospendere la gara.
Art. 2 – In caso di sospensione della gara i giocatori dovranno rimanere al centro del campo unitamente agli ufficiali di gara.
Art. 3 – Lo speaker dello stadio informerà il pubblico sui motivi del mancato inizio o della sospensione, invitando alla immediata rimozione dello striscione (o degli striscioni) che ha provocato il provvedimento.
Art. 4 – L’arbitro, nell’ipotesi di prolungamento della sospensione potrà a suo giudizio discrezionale, tenuto conto delle condizioni climatiche ed ambientali, ordinare alle squadre di rientrare negli spogliatoi.
Art. 5 – Sarà compito del responsabile della sicurezza sopra indicato dare istruzioni affinché l’arbitro ordini la ripresa del gioco.
Art. 6 – Trascorsi 45 minuti dalla sospensione o dal mancato inizio l’arbitro dichiarerà chiusa la gara e riferirà nel proprio rapporto i fatti verificatisi (sono possibili quindi più sospensioni della gara, ed ogni singola sospensione non andrà a sommarsi alla precedente. Quindi per dichiarare chiusa la gara è necessaria una unica sospensione di 45 minuti).
Art. 7 – Gli organi di giustizia sportiva adotteranno i provvedimenti disciplinari previsti dall’articolo 7 del codice di giustizia sportiva (che prevedono anche la perdita della partita a tavolino)».
 

Proposte di lavoro

  • Nel messaggio col quale si chiede l’applicazione urgente dei dieci punti del nuovo regolamento, il presidente UEFA L. Johansson e il capo esecutivo G. Aigner fanno questa affermazione: «Naturalmente il razzismo nelle nostre gare è un triste riflesso della società in generale…». Ti sembra giusto che venga usato il termine «naturalmente»? Discutine con i tuoi compagni.
  • Può essere sufficiente un progetto repressivo per arginare il dilagante atteggiamento razzista di alcuni tifosi? Da dove invece dobbiamo partire per non arrivare a queste vergognose esibizioni? Scrivi un breve testo che comprenda anche una specie di decalogo di comportamento.
  • Quali strutture e quali interventi devono essere previsti per educare, attraverso l’esempio e l’informazione, i numerosi giovani che seguono o praticano uno sport?
  • L’ex giocatore della nazionale inglese John Fashanu, uno dei più attivi promotori di campagne contro il razzismo, ha accusato una pubblicità, nata con intenti anti-razzisti, di incoraggiare in realtà una sorta di razzismo nei confronti della gente bianca.
  • La pubblicità in questione vedeva il poeta di colore Benjamin Zephaniah che recita il poema «Dear White Fella», un poema sull’ingiustificato motivo di chiamare la gente di colore «neri».

«…quando hai paura sei giallo
quando stai male sei verde
quando sei morto sei grigio.
E tu hai la faccia tosta di considerarmi di colore?».

Questi quattro versi non hanno bisogno di commento. Possono anche far sorridere tanto sono ovvi. Prova a scrivere qualcosa anche tu su questo tema così importante e così attuale. Puoi scrivere ad esempio uno slogan e poi discuterlo con i tuoi compagni. È necessaria una grande attenzione e riflessione sull’uso, sul significato, sulla posizione delle parole scelte.

 

Le Olimpiadi

Vittorino Andreoli, Campioni senza campi
V. Andreoli, Campioni senza campi, in «Soprattutto», n. 53, Gruppo Monti Riffeser, Bologna, 2002.

Non ci sono solo giocatori che lottano per un cospicuo ingaggio o che si dopano per avere migliori prestazioni. Ci sono giovani, tanti giovani, che si allenano con costanza, con caparbietà, che studiano, lavorano, vivono una vita assolutamente normale. Amano il loro sport perché è una sfida leale, un divertimento, l’occasione per stare insieme.

Le Olimpiadi sono da sempre, fin dalla Grecia antica, un fenomeno giovanile e continuano ad esserlo. Un mondo che sa mostrarsi con il carattere dell’impegno, della preparazione, della passione. Per vincere un primato dei «cento rana» bisogna allenarsi ogni giorno per molte ore e poi correre subito a scuola o al lavoro. Sono esempi non di santi ma di giovani normali: tanti, capaci di dimostrare che non temono il sacrificio e hanno voglia di vincere acquisendo abilità e preparazione. Non bisogna credere che siano asceti dello sport, dei samaritani dell’abnegazione. Sono i ragazzi della porta accanto, innamorati di qualche loro coetanea, timorosi di non trovare un posto di lavoro adeguato. Sono ragazzi che amano gli amici e si muovono sovente in gruppo, anche proprio per praticare uno sport, che è prima di tutto divertimento, oltre che legame di solidarietà e di gioco e quindi anche di sfida. Giovani che non sognano il piede di Maradona, ma ragazzi che scelgono uno sport perché è loro congeniale, perché li diverte, senza preoccuparsi se produce miliardi o illusioni. Le Olimpiadi hanno mostrato che l’atleta non è un fenomeno d’eccezione: dietro ai campioni, altrettanti, che pure amano quello sport, sono rimasti a casa. Non si creda che tutto si limiti ai muscoli o alla fortuna. Ogni sport è l’espressione di una personalità: del corpo insieme alla mente. L’Italia è piena di giovani campioni, che nulla hanno a che vedere con i campioni dei miliardi, pronti a dare un calcio nello stinco se non riescono in un dribbling o far scenate se non vincono lo slalom speciale, perdendo così qualche ingaggio pubblicitario. Lo sport vero è quello della passione e non delle economie, dell’impegno e non del capriccio. […] La nostra società deve parlare di loro, dei campioni, sempre, non solo se un giorno diventano medaglie d’oro. Parlarne non per allargare il fenomeno del divismo ma perché possano diventare un vero esempio per tanti che, non sapendo dove andare […], si disperdono e diventano eroi dell’emarginazione anziché dell’atletica, del nuoto o della scherma. È incredibile constatare, proprio vedendo le Olimpiadi, quante specialità sportive esistano. Ma se verifichiamo nelle nostre città quali e quante sono quelle che è davvero possibile praticare, nel senso di essere dotate di strutture adeguate, ci rendiamo conto di quanto stupide siano le società «avanzate» che si chiedono continuamente cosa fare per i giovani e non organizzano impianti e campi sportivi degni di questo nome. Mentre si continuano a inaugurare gigantesche sale di videogiochi, discoteche con pastiglie varie incorporate, cinematografi a luce horror. E c’è chi sostiene che questa è una società che ama i giovani...
 

Proposte di lavoro

  • Finalmente si parla di giovani, ragazze e ragazzi di ogni razza e classe sociale, che fanno sport solo per il piacere di farlo. Discuti con i tuoi compagni su certi personaggi, poco esemplari, che fanno dello sport una pura questione di soldi o di potere.
  • «Il corpo di un atleta e l’anima di un saggio: ecco ciò che occorre per essere felici» così affermava Voltaire. Sei d’accordo? Scrivi un breve testo a commento di questa affermazione.

     

Stefano Jacomuzzi, Le Olimpiadi di Berlino
S. Jacomuzzi, Storia delle Olimpiadi, Einaudi, Torino, 1976.

Le Olimpiadi di Berlino dovevano celebrare il mito della razza ariana e del nazismo. Per questo Hitler chiese ai suoi collaboratori una organizzazione perfetta e una regia spettacolare. Certo le vittorie di Jesse Owens, atleta di colore dell’Alabama, non erano previste. Hitler si allontanò per tempo dallo stadio per non essere costretto a congratularsi con un individuo di una razza considerata da lui inferiore. Il pubblico però, nonostante il massiccio intervento della propaganda nazista, non poté resistere al magico fascino di questo atleta e salutò la sua vittoria con un lunghissimo, indimenticabile applauso.

Tra i miti che lo sport si crea per garantirsi una sua continuità nella umana avventura della Terra, Jesse Owens, negro dell’Alabama, rimane uno dei più sicuri ed indiscussi. […] Era stato al tradizionale incontro dei big ten, i dieci grandi collegi universitari del Middle West che l’Università di Stato dell’Ohio aveva presentato il suo jolly, il negro ventiduenne che solo in grazia delle sue doti di atleta aveva potuto essere avviato agli studi, essendo di famiglia povera. […] A Berlino nelle corse non ebbe rivali, se non nei connazionali Metcalfe e Robinson. L’unico europeo che si salvò nel confronto fu il massiccio olandese Martin Osendarp che, forse sull’onda della gloria olimpica, finirà per collaborare durante la guerra sul piano sportivo con gli occupanti tedeschi e sarà condannato poi ai lavori forzati. Più dura la lotta nel salto in lungo. […] Il 4 agosto scendevano in pista sedici uomini […], tra gli altri l’orgoglioso tedesco Luz Long1. […] Dopo la prima serie di salti le posizioni erano già delineate: Owens con 7,74 m davanti al giapponese, al tedesco e all’italiano. Secondo salto: Owens si spinge a 7,84 ma Long gli è dietro di 10 cm. Terzo salto: Owens ha una battuta d’arresto e il tedesco gli è alle spalle: 3 cm soltanto li dividono. Al quarto salto Joe tenta il balzo decisivo, ma fa un nullo. Al quinto finalmente eccolo a 7,94, ma Long migliora ancora ed eccolo a 7,87. Tocca a loro due: gli altri ormai sono fuori tiro. Siamo all’ultimo salto: il tedesco tenta la carta disperata, ma anche per lui il nullo arriva fatale. Poi Owens. Ormai la vittoria è sua, ma deve onorarla, deve raggiungere quelle ragioni che sono esclusive sue, oltre il confine degli 8 metri che nessuno ha ancora superato. Una rincorsa perfetta, uno stacco violento ed agilissimo al tempo stesso, uno scatto rabbioso delle reni prima della caduta: Il record non è battuto per un soffio: 8,06. Long corre verso il rivale e lo abbraccia: «Fu Luz che mi rese possibile la vittoria – confiderà Owens in seguito. – Egli guardò al di là del colore della pelle e delle idee politiche, a ciò che io rappresentavo come uomo, e non domandò di più in contraccambio. E tramite i Giochi divenimmo presto amici, Hitler o non Hitler, Germania nazista o non Germania nazista, gara o non gara da vincere. Mi dette una di quelle battaglie come non ne avevo mai subite nella mia carriera sportiva, costringendomi ad arrivare al limite delle mie forze per vincere. E quando feci il salto finale […] Luz Long fu il primo a correre a congratularsi con me. E non fu una stretta di mano ipocrita o di maniera: Luz fu sincero». Non si sa quanto ci sia di vero nel rifiuto di Hitler ad incoronare l’atleta di pelle nera: è molto probabile che egli, per evitare di doversi complimentare con chi smentiva tanto clamorosamente la superiorità di una razza, si fosse allontanato dallo stadio: Goebbels certo diramò istruzioni perché non si facesse troppo chiasso sulle vittorie di Owens. Molto chiasso lo fecero però i tedeschi sugli spalti, conquistati dalla singolare affascinante bellezza di una corsa di cui non avevano mai visto l’uguale.
 

Proposte di lavoro

  • Ancora nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, il tedesco Harmin Hary, vincitore dei 100 metri, poté dire sprezzantemente di non aver mai sentito nominare Jesse Owens. Questo significa che certi atteggiamenti di superiorità sono duri a morire. Anche oggi, nel ventunesimo secolo, esistono atteggiamenti di disprezzo, sia in campo sportivo che nella vita di tutti i giorni. Discutine con i tuoi compagni e fai riferimento alle tue personali esperienze.
  • La propaganda nazista non riesce a sopprimere la lealtà sportiva tra Jesse Owens e Luz Long. Commenta la loro gara in un breve scritto.

     

Stefano Jacomuzzi, Wilma Rudolph
S. Jacomuzzi, Storia delle Olimpiadi, Einaudi, Torino, 1976.

Dopo tanti atleti maschi, ecco finalmente un’atleta donna, Wilma Rudolph, che con la sua grazia e la sua bellezza diventa uno dei simboli delle Olimpiadi di Roma del 1960. Vincitrice di tre medaglie d’oro nella velocità e nella staffetta, sfatò per sempre il mito dell’impossibilità per una donna di essere bella e femminile e, nello stesso tempo, una grande campionessa.

[…] Wilma Rudolph. Fu certo l’atleta più ammirata, più fotografata, corteggiata e chiacchierata: l’olimpiade fu intitolata a lei, alla sua corsa elegantissima, che non aveva paragoni per la fluidità, la leggerezza e la potenza. Aveva alle sue spalle anche una storia commovente della bambina poliomielitica, e negra per di più. Ma si era ripresa e a Roma si presentava nella bellezza dei suoi vent’anni, semplice e distaccata, giovane imperatrice di magnifiche tribù. La «gazzella del Tennessee» era nata a Clarksville il 23 giugno 1940; docile e gracile maestrina, aveva già fatto la sua prima apparizione a Melbourne, solo sedicenne. Ma era a Roma che nel suo nome doveva rinascere di colpo il mito di Owens, reso più splendido dal fascino femminile fatto di grazia, di eleganza, di fresco splendore.
 

Proposte di lavoro

  • Al mito di Wilma Rudolph è stata accostata la velocista Florence Griffith, anche lei bellissima e nera. Ma, mentre la prima ha avuto, dopo la gloria olimpica, una vita abbastanza regolare, la Griffith è morta a 38 anni, probabilmente per l’uso incosciente di sostanze proibite. Tu che cosa ne pensi? Scrivi un breve commento sull’argomento.
  • «In occasione dei Giochi di Berlino del ’36 il Barone de Coubertin ribadirà :“Il solo vero eroe olimpico, l’ho sempre detto, è l’individuo maschio adulto. Di conseguenza né donne, né sport di squadra”». (S. Jacomuzzi, op. cit., p. 56). Commenta in un testo scritto questa affermazione.
  • «Soltanto nel 1920 il Comitato olimpico accetterà a maggioranza la partecipazione ufficiale delle donne. Nel 1924 le donne gareggeranno anche nella scherma, nel ’28 in atletica e ginnastica, nel ’48 nella canoa, nel ’64 nella pallavolo» (S. Jacomuzzi, op. cit., p. 57). Commenta e discuti con i tuoi compagni, tenendo presente il lungo e difficile cammino di emancipazione che le donne hanno percorso nell’ultimo secolo.

     

Fulvio Tassi, L’importante è partecipare
F. Tassi, Troppo bravo per vincere, in «Psicologia contemporanea», 149, 1998.

«L’importante è partecipare, non vincere», dice una famosa frase di Pierre de Coubertin, al quale si deve l’invenzione dei Giochi olimpici e la costruzione della struttura organizzativa che li ha sorretti a livello mondiale fino ai nostri giorni. Ma il mondo dello sport, comprese le stesse Olimpiadi, sembra vivere negli ultimi decenni in una specie di dualità che vede da un lato la disperata riaffermazione di altissimi ideali, dall’altra la massiccia presenza di problemi più o meno gravi che di ideale hanno ben poco, come l’esasperato professionismo, corruzione, ecc. Qual è la spiegazione di tutto ciò? Perché per molti sportivi l’importante è vincere ad ogni costo? Vediamolo attraverso l’esame del film Tin Cup, ambientato nel mondo del golf.

Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta molti ricercatori ritenevano che la competizione definisse un campo di forze altamente condizionante per l’individuo. Essi supponevano che la persona coinvolta in una situazione competitiva dovesse necessariamente mettere in atto un atteggiamento malevolo verso l’avversario, essendo questi l’unico ostacolo al raggiungimento della meta. Oggi sappiamo che esiste un altro importante campo di forze, quello individuale. Secondo questa prospettiva, l’individuo che compete non mette semplicemente in atto un comportamento prevedibile e stereotipato rispetto agli stimoli del contesto, ma si comporta conformemente a come «interpreta» la situazione competitiva. […] E proprio di stili competitivi si parla oggi in psicologia. Da alcune ricerche è emerso che ci sono almeno due modi sostanziali di competere: uno «centrato sul compito» ed uno «centrato sulla vittoria». Vediamo di che si tratta. Lo stile competitivo basato sulla vittoria è caratterizzato da una forte centrazione sull’avversario e da una minima attenzione all’esecuzione del compito, a cui è attribuita una funzione strumentale. Viceversa, nello stile competitivo centrato sul compito è sostanziale la preoccupazione di «far bene» e il livello delle prestazioni solo in seconda battuta costituisce il tramite per confrontarsi con l’avversario. Nel film Tin Cup, entrambe queste modalità competitive sono ben poste in risalto da un efficace scenario, il golf, una delle discipline sportive che più offrono ai giocatori la possibilità di stabilire priorità di obiettivi e strategie per raggiungerli. Il golf è uno sport del tipo «fianco a fianco» che, diversamente da quelli del tipo «faccia a faccia », come il tennis e il calcio, non prevede un’interazione fisica tra gli avversari […]. L’obiettivo di ciascun giocatore è quello di far entrare in buca una pallina lanciata, a varie riprese, con una mazza. I tempi di azione individuali sono differiti rispetto a quelli degli altri e questo contribuisce a far sì che ciascun atleta persegua l’obiettivo della vittoria in maniera del tutto autonoma. Questa caratteristica strutturale del gioco tende a porre in risalto il «compito», dato che per vincere occorre perfezionare i lanci fino al punto di ottenere una coordinazione ottimale tra percezione, forza e movimento. Un unico gesto, quello che con un movimento rotatorio porta la punta della mazza a colpire la pallina, diventa un universo da esplorare e padroneggiare. Colpo dopo colpo, partita dopo partita, il contesto d’azione è tale per cui la ricerca della perfezione può non lasciare più spazio alla presenza dell’avversario, assumendo quest’ultimo una posizione del tutto marginale. Vi è però un altro aspetto del golf che può ribaltare completamente la situazione: vince la partita il giocatore che raggiunge la buca con un minor numero di lanci. In conseguenza di ciò, chi gioca d’attacco tenta tiri estremi e perfetti per avvicinarsi alla meta con un numero minore di colpi e prestazioni eccellenti. Al contrario, chi gioca di difesa ricorre a tiri meno ambiziosi ma più sicuri. Cerca di acquisire il vantaggio sull’avversario e poi tenta di mantenerlo senza correre «inutili» rischi. In definitiva, l’atleta che si centra sul compito si spinge al limite delle proprie possibilità, alla ricerca del tiro lungo e perfetto, e non dà importanza alle azioni dell’avversario, mentre il giocatore che si centra sul «nemico» è portato ad agire strategicamente, modulando i momenti di attacco e di difesa in rapporto alle prestazioni del rivale. Detto questo, siamo in grado di qualificare meglio lo stile del nostro eroe Tin Cup, ma anche del suo avversario Burt. Tin Cup è decisamente «centrato sul compito». È bravo e leale, sa di esserlo ma vuole di più, vuole riuscire nel lancio perfetto, anche quando per vincere gli basterebbe un tiro modesto. Burt, dal lato opposto, è meno dotato, ma ha uno stile competitivo che lo avvantaggia e gli fa collezionare più vittorie. Il suo studiato opportunismo, frutto di scelte «sicure», di una certa «disonestà» di gara e della capacità di beneficiare delle mosse azzardate, e spesso fallimentari, del suo rivale, lo qualificano come un giocatore decisamente «centrato sulla vittoria». La tesi del film è chiara: Burt può superare Tin Cup nella corsa verso il successo, ma non al traguardo finale, dove solo la lealtà, la spinta a superare se stessi e la persistenza sono premiate. […] Nel mondo reale sembra che le cose non vadano diversamente. […] Chi si centra sul compito si difende meglio dall’ansia di fallimento, affronta più efficacemente l’insuccesso perché pensa di recuperare gli errori aumentando aumentando il livello d’impegno ed è con ciò più stabile sotto il profilo motivazionale. Molto più soggetto alla sensazione di impotenza è invece chi compete centrandosi squisitamente sulla vittoria. I detentori di questo stile soccombono più facilmente all’insuccesso perché tendono ad attribuire la causa agli altri, ora accusandoli di colpe inesistenti, ora enfatizzando le loro capacità […]. Non è infine da sottovalutare che chi si centra sul compito è più capace di valutare obiettivamente le proprie prestazioni e di osservare i propri progressi e abilità emergenti, mentre chi si centra sulla vittoria giudica in modo più superficiale e soggettivo il proprio operato. […] Ma sfatiamo subito un equivoco che potrebbe a questo punto affacciarsi. Chi è centrato sul compito non è necessariamente più capace di chi è centrato sulla vittoria. A parità di capacità iniziali, le ricerche suggeriscono semplicemente che l’essere attivi rispetto al compito e capaci di affrontare il fallimento apre un ventaglio di maggiori possibilità di elevare le proprie prestazioni. […] In conclusione, se è vero che vincere è importante, non è vero che vincere è la sola cosa che importa. Paradossalmente, la centrazione sulla vittoria non permette di soddisfare il bisogno di autoaffermazione.
 

Proposte di lavoro

  • Scrivi un breve testo di commento alla frase «L’importante è partecipare, non vincere» riportando qualche tua esperienza personale.
  • Guarda il film Tin Cup e descrivi qualche scena che evidenzi i due diversi stili competitivi di Tin Cup e Burt, analizzati nel brano che hai appena letto.

     

Sport e generi letterari

Gianni Brera, Sport e giornalismo: il Gran Lombardo
G. Brera, L’arcimatto, Longanesi, Milano, 1978.

Il brano che segue racconta la storia di Luigi Rigamonti, bergamasco, campione di lotta libera, sport povero ieri come oggi. L’atleta era anche un grande chirurgo, soprannominato Gran Lombardo1 per la sua integrità fisica e morale.

Il Gran Lombardo è primario chirurgo all’ospedale di Brescia. Ha smesso di fare lotta. Sono anni che deve curare la professione e non più di quella. È un tipo straordinario. Tu sai che suo fratello è morto in una sciagura aerea2: bene, quando veniva via con la Nazionale doveva farlo di nascondone per non impressionare né i vecchi né la moglie. […] Il Gran Lombardo era alle prese con Johansson (io, Brera, non ne ricordo il nome), campione del mondo. Johansson l’ha preso un po’ sottogamba. Il Gran Lombardo l’ha abbrancato per la vita e stava per schienarlo senza pietà. Così stretti, i due omoni hanno resistito un poco soffiando come balene. Poi Johansson, per liberarsi, ha dato un gran colpo all’indietro, ma disgraziatamente ha battuto la nuca sul duro pavimento, fuori materassino. È rimasto allora come stecchito. E nessuno si è accorto del dramma tranne il Gran Lombardo. […] «Non c’è proprio nessuno» hanno spiegato al Gran Lombardo e lui «Allora debbo operarlo io». Il mediconzolo di guardia ha sbarrato gli occhi. «Dov’è la doccia?» ha domandato il Gran Lombardo. E al mediconzolo: «Prepari quello che può. I guanti, l’ossigeno, (o che so io). Mi assisterà lei con due infermiere». Il mediconzolo, benché stranito e offeso ha dovuto obbedire. L’operazione è durata ore. Alle sette di mattina, Johansson veniva dimesso fuori pericolo dalla sala operatoria. Il Gran Lombardo ha rifatto la doccia e preso un caffè doppio per presentarsi al secondo turno di campionato.
 

Proposte di lavoro

  • La lotta, sport povero, è anche uno sport molto antico. Prova a rintracciarne degli esempi nella storia dell’arte, partendo dai vasi attici a figure nere.
  • In caso di incidente nel corso dell’attività sportiva sapresti come muoverti per prestare i primi soccorsi? Fai un elenco scritto delle operazioni da eseguire a seconda del tipo di incidente.

     

Historicus, Sport e umorismo: le interviste impossibili
Historicus, Tutta un’altra storia, Il Mulino, Bologna, 1995.

Un anonimo, dietro cui si nasconde forse un grande nome della letteratura contemporanea, si diverte, e ci diverte, a narrare episodi storici in chiave ironica e scanzonata.

Da «Anfiteatro sera», 154 d.C.
Pompeo Muscoloso, il gladiatore più pagato di Roma, ha deciso di rompere il silenzio stampa e di raccontare la storia della sua vita dall’infanzia difficile ai suoi attuali successi sportivi. Intervista a cura di Vespulo Panzonio.

[…] Eppure, nonostante questa parentesi, la tua fama sembra non conoscere incrinature.

«Per arrivare dove sono arrivato ho dovuto lottare molto, non solo in senso metaforico. Vengo da una famiglia povera, e fin da piccolo imparai a scannarmi con gli altri fratelli per un osso di pollo o un tozzo di pane».

Quando hai deciso di fare il gladiatore di professione?

«Ero molto giovane, avrò avuto quindici anni ed era un periodo in cui mi piaceva menare le mani. Durante una rissa con alcuni amici, fui notato da un lenista, sai, quei tipi che vanno in giro ad ingaggiare gladiatori. Il giorno dopo mi chiamarono per un provino, in cui mi distinsi sgozzando tre cristiani».

Dunque hai cominciato subito?

«No, non subito. Nonostante la mia abilità avevo qualche problema. Dovetti sottopormi più volte all’esame del sangue».

Controllo del colesterolo?

«No, è che svenivo sempre alla vista del sangue. Così mi sottoposero a dure prove per abituarmi a sopportarlo. Mi portavano al mattatoio costringendomi a vedere buoi mentre venivano macellati, finché erano totalmente dissanguati. Una cosa orribile!»

Sei una persona sensibile?

«Fortunatamente ho superato il problema. Eppure, ancora adesso mi capita qualche volta di provare un certo disagio alla vista del sangue. Ma, sai, la nostra professione non permette di essere sensibili oltre una certa misura».

Hai molti nemici?

«Se non ne avessi, sarei disoccupato…»
 

Proposte di lavoro

  • Il film Il gladiatore del regista Ridley Scott rievoca, sia pur nella finzione cinematografica, il mondo dei giochi gladiatori: allenamenti, agonismo, invidia e tradimento allora come oggi. In un testo scritto trasponi alcune sequenze del film ambientandole e adattandole a situazioni odierne. Che cosa c’è di diverso? Che cosa è ancora identico?

     

Sport ed età classic

Omero, I giochi in onore di Patroclo
Omero, Iliade, Canto XXIII (vv. 768-779)

Morto Patroclo, Achille decide di rendere omaggio all’amico caduto con dei giochi funebri in suo onore: una serie di gare nelle quali ogni eroe potrà cimentarsi nelle varie specialità e dimostrare forza, coraggio, intelligenza. È l’occasione per passare in rassegna gli sport più diffusi tra gli achei: la lotta, la corsa a piedi, il duello fra due armati, il lancio del disco, la gara con l’arco, il lancio dell’asta. Si tratta di specialità che, tranne il duello in armi, fanno ancora parte di molte competizioni sportive, come ad esempio le Olimpiadi. I giochi si svolgono con una eleganza ed una correttezza invidiabili, davanti a un pubblico rumoroso e partecipe ma, quando occorre, anche silenzioso. Gli eroi non gareggiano solo per il gusto di vincere uno degli splendidi premi messi in palio da Achille, ma ognuno mette in gioco ciò che gli sta più a cuore: il suo onore.

La corsa a piedi

Eran del corso ormai presso alla fine,
quando a Minerva l’Itaco dal core
mandò questa preghiera: «Odimi, o dea
e soccorri al mio piè». La dea l’intese:
gli fé lievi le membra, i pié le braccia;
e come fur per avventarsi entrambi
ad un tempo sul premio, l’Oilide,
da Minerva sospinto, sdrucciolò
in lubrico terren sparso del fimo
dé buoi mugghianti dal Pelide uccisi
di Patroclo alla pira: ivi il caduto
nari e bocca insozzossi. Il precorrente
divo Ulisse il cratere ampio si prese
e l’Oilide il bue.

 

Pindaro, Lode al vincitore
Pindaro, Le Pitiche, VII (vv. 1-6), Fondazione Lorenzo Valla, A. Mondadori, 1995.

Quello che segue è uno dei pochi carmi scritti in onore di ateniesi o di Atene. Ma non fu neppure cantato in Atene, giacché quando Megacle, il personaggio qui celebrato, vinse a Delfi, nell’anno 486 a.C., era probabilmente già esule dalla sua città, per ostracismo. Megacle apparteneva alla più nobile stirpe ateniese, una delle più nobili della Grecia: gli Alcmeonidi. La brevissima ode contiene, eccetto il mito, tutti gli elementi tradizionali del suo genere: lodi della città, lodi della famiglia e lodi al vincitore della gara, con un accenno all’invidia che ricompensa con l’ingratitudine le belle opere. Il poeta esalta qui un ateniese, ma un ateniese aristocratico ed esiliato; e lo esalta secondo l’antico ideale dorico che elogia la magnificenza nel culto degli dei e la virtù nelle vittorie agonistiche.

 

A Mègacle ateniese vincitore con i cavalli

Bellissimo preludio
la grande città di Atene
per gettare le basi del mio canto
alla stirpe potente degli Alcmeònidi
vincitori coi cavalli.
Con il nome di quale città sarai chiamato,
di quale casa, ove tu hai dimora,
più illustre nella Grecia a udirsi?

Seneca, L’orribile spettacolo del circo
A. La Penna, I classici di Roma, La Nuova Italia, Firenze, 1987.

Uno dei massimi divertimenti dei romani erano i giochi nel circo: non a caso «panem et circenses» era un modo di dire per indicare un certo modo di governare e di mantenersi il favore del popolo, specie nei secoli dell’Impero. Seneca nelle Epistulae ad Lucilium descrive il mondo del circo con parole colme di sdegno, imputando anche a questi spettacoli spaventosi la corruzione degli animi e lo scatenarsi delle più abiette passioni.

Casu in meridianum spectaculum incidi lusus expectans et sales et aliquid laxamenti, quo hominum oculi ab humano cruore adquiescant: contra est. Quicquid ante pugnatum est, misericordia fuit; nunc omissis nugis mera homicidia sunt: nihil habent quo tegantur, ad ictum totis corporibus expositi numquam frustra manum mittunt. Hoc plerique ordinariis paribus et postu laticiis praeferunt. […] Mane leonibus et ursis homines, meridie spectatoribus suis obiciuntur. Interfectores interfecturis iubent obici et victorem in aliam detinent caedem; exitus pugnantium mors est.

Per caso mi trovai allo spettacolo del centro della giornata aspettandomi giochi e scenette umoristiche e un po’ di rilassamento grazie al quale gli occhi degli uomini possano trovare riposo dallo scorrere del sangue umano. I combattimenti che si erano svolti prima, in confronto erano gare di bontà; ora, lasciati da parte gli scherzi, sono puri omicidi. Non hanno niente con cui difendersi, esposti in tutta la persona ai colpi non allungano mai invano il braccio. Parecchi preferiscono ciò alle coppie di gladiatori ordinarie e a quelle offerte a richiesta dal pubblico. […] Negli spettacoli mattutini gli uomini sono gettati in pasto ai leoni e agli orsi, in quelli meridiani sono offerti agli spettatori. Ordinano che coloro che hanno ucciso vengano offerti in balia di chi li ucciderà e trattengono il vincitore per un’altra lotta mortale. L’esito della lotta è la morte.